In quanto a pericolo ce la ridiamo

Giovedì 22 novembre 2018, ore 17.30
Società Umanitaria. Sala Bauer, ingresso da via San Barnaba 48

Letture di Rino Curci
Introduce Claudio A. Colombo, responsabile Archivio Storico Umanitaria

bauer1916

Sono decine e decine le lettere, le cartoline e le corrispondenze dal fronte di Riccardo Bauer (classe 1896), partito volontario nel 1916, appena maggiorenne: alla famiglia (padre, madre, sorella, spesso contemporaneamente lo stesso giorno) e al fratello Augusto, anche lui volontario in guerra. La sua permanenza al fronte dura dal febbraio 1916 all’inverno 1917, con due pause: dopo una grave ferita nel giugno 1916 (due mesi di convalescenza) e dopo una ferita quasi mortale durante la disfatta di Caporetto (novembre 1917). 

Attraverso la corrispondenza, il giovane Bauer dimostra quello che negli anni successivi sarebbe diventata la sua cifra stilistica (avrà infatti modo di scrivere altre centinaia di lettere alla famiglia in età adulta, durante i lunghi anni di prigionia sotto il fascismo); con una prolificità narrativa in parte intensa (“la mia forza morale da te attinta e dalla mamma mi rende un gigante negli scogli”), in parte tranchant (come quando giudica i prigionieri austriaci, “sudici e puzzolenti in un modo incredibile”). Colpisce il tono spensierato di molte missive, dove Bauer cerca di rassicurare la famiglia sul suo stato di salute (“sto benone”, “mangio come un lupo”, “posso assicurare che la testa fa giudizio in barba ai colpi di cannone”), quasi non fosse sul fronte di guerra, ma in un centro di soggiorno montano (“posso dire di essere in una stazione climatica”, scrive il 6 aprile 1916). Tra i disagi della vita in montagna i pidocchi: “qui gli amici sono di razza benevolissima, non come quelli di zone più calde, che spesso producono anche infezioni perché sono grossi e voracissimi. I nostri si contentano di fare il solletico” (21 giugno 1916, pochi giorni prima di venir ferito).

Non sempre, nelle corrispondenze, viene indicata la località: spesso Bauer sigla solo Z.d.G., zona di guerra. La sua permanenza al fronte è abbastanza stabile, in Carnia e nella zona del Piave, dove dal 10 marzo al novembre del 1917 opera nella 49ª Batteria da Montagna, prendendo parte all’offensiva dell’Ortigara, per poi spostarsi sull’Altipiano di Bainsizia (ora in Slovenia), che precede di poco la disfatta di Caporetto. Durante la ritirata, il 17 novembre viene gravemente ferito sul Monte Tomba e da qui, trasferito all’ospedale di Spoleto, da cui scrive al fratello l’8 dicembre 1917: “arrivai qui se non moribondo certo in poche allegre condizioni. È un po’ avvilente essere qui ridotto come uno straccio da buttar via proprio in questi giorni di azione e di energia; ma tanto non me n’è mai andata bene una e dovrei aver fatto il callo all’avverso destino”.

Al fronte, nonostante un cocente desiderio di azione (“non voglio mancare assolutamente alla cacciata dei barbari”), non ci tornerà mai più. L’unica soddisfazione è forse quella descritta in una cartolina alla famiglia del 10 novembre 1918, a pochi giorni dall’armistizio: “a Feltre, trovai la 50ª batteria composta dalla vecchia 49. Fui riconosciuto e accolto con gioia dai soldati, i quali hanno di me conservato un ricordo ottimo; ciò mi fece piacere e volentieri me ne sarei restato con loro”.


Ufficio stampa Società Umanitaria
Daniele Vola
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