{"id":17173,"date":"2026-01-26T15:33:05","date_gmt":"2026-01-26T14:33:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/?page_id=17173"},"modified":"2026-01-27T09:38:48","modified_gmt":"2026-01-27T08:38:48","slug":"memoria-potere-e-creativita","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/approfondimenti-umanitaria\/memoria-potere-e-creativita\/","title":{"rendered":"Memoria, potere e creativit\u00e0: il ruolo del cinema, della poesia e dell\u2019animazione nella transizione democratica in Polonia"},"content":{"rendered":"\n<p>Il cinema, la poesia e il linguaggio d\u2019animazione consentono di cogliere alcune dimensioni cruciali dei processi di transizione democratica che hanno attraversato l\u2019Europa dopo il 1945, soprattutto nei contesti segnati dall\u2019esperienza dei regimi del socialismo reale, dove le forme culturali hanno rappresentato uno spazio importante di riflessione critica sul potere, sulla memoria e sull\u2019individuo. A partire da questa impostazione, uno degli incontri del ciclo di seminari <strong><em>Cinema e Storia<\/em><\/strong>, dedicati quest\u2019anno ai <em>Processi di democratizzazione in Europa nel secondo dopoguerra<\/em>, \u00e8 stato incentrato sul <strong>caso polacco<\/strong>, considerandolo un osservatorio privilegiato delle dinamiche di potere nell\u2019Europa della Cortina di Ferro e dei percorsi di formazione di una consapevolezza democratica.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo quadro si sono inseriti due interventi complementari, che hanno messo in dialogo linguaggi e strumenti diversi per ricostruire criticamente la storia recente della Polonia. Il <strong>Prof. Maurizio Gusso<\/strong> ha concentrato il suo contributo su un\u2019opera di <strong>Andrzej Wajda<\/strong>, spiegando perch\u00e9, all\u2019interno della ricchissima cinematografia polacca del secondo dopoguerra, sia particolarmente significativo privilegiare questo autore rispetto ad altri registi e registe: Wajda \u00e8 infatti colui che, con maggiore continuit\u00e0, ha interrogato il rapporto fra storia nazionale, autoritarismo e possibilit\u00e0 della democrazia, facendo del cinema un luogo di confronto diretto con i nodi irrisolti del passato polacco. Attraverso film come <em>Pokolenie<\/em> (Generazione), <em>Popi\u00f3\u0142 i diament<\/em> (Cenere e diamanti) e <em>Krajobraz po bitwie<\/em> (Paesaggio dopo la battaglia), Wajda ha mostrato come il dopoguerra e la costruzione del regime socialista non siano stati un percorso lineare di emancipazione, ma un processo segnato da violenze e illusioni. Questa attenzione alla storia, ha sottolineato il Prof. Gusso, \u00e8 anche profondamente legata alla sua biografia: la morte del padre del regista nel massacro di Katyn\u2019 ha reso centrale nelle sue opere il tema della menzogna di Stato e della rimozione della memoria, condizioni incompatibili con qualsiasi autentico processo di democratizzazione. Il massacro della foresta di Katyn\u2019 ebbe luogo tra il 3 aprile e il 19 maggio 1940, durante il quale furono fucilati circa 22 mila tra ufficiali e prigionieri di guerra polacchi. Gli autori di questa atrocit\u00e0 furono i sovietici, che compirono l\u2019esecuzione in maniera sistematica e clandestina, tentando poi di nascondere le proprie responsabilit\u00e0 storiche. Questo crimine di guerra, rimasto a lungo coperto da una fitta cortina di silenzio e menzogna, divenne simbolo della manipolazione della memoria storica, un tema che il regista ha affrontato come parte del suo impegno contro l\u2019oppressione e la falsificazione della verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:30%\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"612\" height=\"420\" src=\"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/uomo_di_marmo_01.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-17175\" srcset=\"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/uomo_di_marmo_01.webp 612w, https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/uomo_di_marmo_01-300x206.webp 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">&nbsp;Manifesto pubblicitario polacco del film &#8220;L&#8217;uomo di marmo&#8221;<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:70%\">\n<p><br>In questo contesto si colloca <strong><em>Cz\u0142owiek z marmuru<\/em><\/strong> (<strong>L\u2019uomo di marmo<\/strong>, 1977), film su cui si \u00e8 concentrata l\u2019analisi di una parte del seminario, definito un capolavoro capace di attraversare il periodo compreso fra il culmine dello stalinismo sotto <strong>Boles\u0142aw Beirut<\/strong> e le speranze e le successive disillusioni legate alle leadership di <strong>Gomu\u0142ka<\/strong> e <strong>Gierek<\/strong>. Attraverso le vicende della studentessa di cinema <strong>Agnieszka<\/strong> che, nel 1976, ricostruisce la storia dell\u2019ex eroe del lavoro <strong>Mateusz Birkut<\/strong>, il film smonta i meccanismi della propaganda socialista e mostra come il potere costruisca i propri miti per poi distruggerli quando diventano scomodi. Birkut, ispirato al reale eroe stakanovista <strong>Piotr O\u017ca\u0144ski<\/strong> e alla mitizzazione del lavoro legata alla costruzione di Nowa Huta, incarna l\u2019illusione di una partecipazione popolare al progetto socialista, che viene annientata non appena l\u2019individuo rivendica dignit\u00e0 e autonomia, in un contesto come quello di Nowa Huta, letteralmente \u2018Nuove Acciaierie\u2019, un quartiere industriale di Cracovia progettato per simboleggiare il progresso e la forza del regime.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p>Nel confronto tra Birkut e Agnieszka emerge una frattura storica: Birkut appartiene alla generazione che ha creduto nel progetto socialista alle sue origini, quando il lavoro e l\u2019impegno individuale sembravano poter contribuire alla costruzione di una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta. Il suo idealismo viene per\u00f2 strumentalizzato dal potere stalinista, che lo trasforma in un simbolo propagandistico e lo elimina appena egli rivendica autonomia e libert\u00e0. Agnieszka, invece, appartiene alla generazione successiva, cresciuta in un contesto apparentemente pi\u00f9 aperto, ma ancora segnato dal controllo politico, dal revisionismo storico e dalla manipolazione della memoria. Il suo lavoro di ricerca non \u00e8 solo un\u2019indagine biografica, ma il tentativo di recuperare un passato che il potere ha volutamente cancellato. In questo senso, il rapporto tra i due personaggi diventa emblematico e indicativo della difficolt\u00e0, tipica dei regimi totalitari, di trasmettere l\u2019esperienza storica da una generazione all\u2019altra: ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere ricordato n\u00e9 discusso pubblicamente non pu\u00f2 nemmeno diventare base per un cambiamento politico.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo l\u2019interpretazione del Prof. Gusso, la trasformazione democratica pu\u00f2 avvenire solo quando le nuove generazioni, come quella di Agnieszka, si assumono il compito di riaprire i conti con il passato, riportando alla luce storie rimosse e mettendo in discussione le narrazioni ufficiali. Il confronto fra Beirkut e Agnieszka non \u00e8 quindi solo un rapporto tra due individui, ma una metafora del passaggio \u2013 incompleto e conflittuale \u2013 da un sistema fondato sulla mitizzazione e sulla censura, a uno spazio pubblico potenzialmente pi\u00f9 aperto, condizione indispensabile per la democratizzazione. La lunga gestazione del film, bloccato per oltre un decennio dalla censura e realizzato solo grazie a un compromesso politico, cos\u00ec come la sua fruizione, segnata da tentativi governativi di limitarne la diffusione nonostante il grande successo di pubblico, sono parte integrante del suo significato storico e confermano il ruolo del cinema come spazio pubblico alternativo in un contesto autoritario.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Prof. Gusso ha infine concluso il suo intervento soffermandosi su un altro film significativo di Wajda, <strong><em>L\u2019uomo di ferro<\/em><\/strong> (1981), che segna una prosecuzione naturale e un\u2019evoluzione della riflessione iniziata con <em>L\u2019uomo di marmo<\/em>. In questo secondo film, Wajda non solo amplifica le tematiche gi\u00e0 esplorate, ma le inserisce in un contesto storico decisamente pi\u00f9 vivo e conflittuale, quello della Polonia degli anni Settanta e inizio Ottanta, caratterizzato dalle tensioni politiche e dalla nascita del movimento <em>Solidarno\u015b\u0107<\/em>, il Sindacato autonomo dei lavoratori &#8220;Solidariet\u00e0&#8221;, fondato in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e guidato inizialmente da Lech Wa\u0142\u0119sa, premio Nobel per la pace nel 1983 e Presidente della Repubblica di Polonia dal 1990 al 1995. Mentre nell\u2019<em>Uomo di marmo <\/em>viene esplorata la generazione del dopoguerra e il conflitto tra la memoria e la manipolazione storica, ne <em>L \u2019uomo di ferro<\/em>, il regista porta il discorso sul piano della lotta politica concreta, incarnata proprio dal movimento sindacale <em>Solidarno\u015b\u0107<\/em>. Come \u00e8 stato sottolineato, questo passaggio rappresenta un allargamento della visione, in cui la memoria storica non \u00e8 pi\u00f9 solo una riflessione intellettuale, ma diventa un motore di cambiamento e un atto di resistenza politica.<\/p>\n\n\n\n<p>A queste prospettive cinematografiche, la <strong>Prof.ssa Giorgia Giusti<\/strong> ha affiancato un\u2019analisi che ha ampliato lo sguardo alla poesia e al cinema d\u2019animazione, mettendo in luce come altri linguaggi altrettanto efficaci, possano articolare una critica al potere. Attraverso queste forme espressive, \u00e8 emerso come i processi di democratizzazione si costruiscano anche sul piano del linguaggio e dell\u2019immaginazione, intesi come spazi di elaborazione simbolica e di resistenza culturale.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex\">\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:70%\">\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019intervento ci ha condotto all\u2019analisi di <strong><em>Progetto un mondo<\/em><\/strong> di <strong>Wislawa Szymborska<\/strong>, celebre poetessa polacca e vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. La poesia, pubblicata nel 1957 nella raccolta <em>Appello allo Yeti<\/em>, che segna il suo distacco dal realismo socialista, tanto da essere considerato il suo secondo esordio, \u00e8 stata scritta nel contesto dell\u2019Ottobre polacco, noto anche come disgelo di Gomu\u0142ka: una fase di liberalizzazione solo temporanea e in larga parte illusoria, inserita nel pi\u00f9 ampio processo di destalinizzazione, che lasci\u00f2 presto spazio a un nuovo irrigidimento del regime. Attraverso l\u2019immaginazione di un mondo costruito secondo principi razionali e ordinati, Szymborska mette in luce, per contrasto, il carattere artificiale e disumanizzante delle utopie politiche realizzate, suggerendo come ogni sistema che pretenda di pianificare integralmente la realt\u00e0 finisca per cancellare la complessit\u00e0 dell\u2019esperienza umana e ostacolare un\u2019autentica democratizzazione del pensiero.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo testo, la Prof.ssa Giusti ha aggiunto <strong><em>Un parere sulla pornografia<\/em><\/strong>, poesia pubblicata nel 1986 in <strong><em>Gente sul ponte<\/em><\/strong>, in cui l\u2019ironia smaschera l\u2019ipocrisia morale del potere che condanna ci\u00f2 che \u00e8 considerato scandaloso mentre normalizza la censura, la propaganda e la violenza, mostrando come la libert\u00e0 della parola e dei corpi sia una dimensione centrale nei processi democratici.<\/p>\n<\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow\" style=\"flex-basis:20%\">\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"360\" height=\"480\" src=\"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/Wislawa_Szymborska_2009_polinia.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-17176\" srcset=\"https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/Wislawa_Szymborska_2009_polinia.webp 360w, https:\/\/www.umanitaria.it\/milano\/wp-content\/uploads\/sites\/6\/2026\/01\/Wislawa_Szymborska_2009_polinia-225x300.webp 225w\" sizes=\"auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Maria Wis\u0142awa Anna Szymborska nel 2009<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p>Dal linguaggio poetico si \u00e8 passati poi al cinema d\u2019animazione, con <strong><em>Fotel<\/em><\/strong> (<strong>Poltrona<\/strong>, 1963) di <strong>Daniel Szczechura<\/strong>. Il cortometraggio \u00e8 ambientato in una sala congressi in cui sta per avere inizio un\u2019assemblea. I relatori \u2013 plausibilmente politici o, pi\u00f9 in generale, figure che incarnano allegoricamente il potere \u2013 salgono sul palco, ma una sedia resta vuota. Su indicazione dei relatori stessi, vengono additate alcune persone tra il pubblico, individui tutti uguali, chiamati a occupare quella poltrona, a colmare il vuoto lasciato dalla seduta vacante.<\/p>\n\n\n\n<p>I membri della platea indistinta che vengono scelti sembrano intenzionati ad assumere il nuovo ruolo, ma vengono ostacolati dal pubblico stesso. Nasce cos\u00ec una competizione aperta per raggiungere la postazione. Dopo una serie di tentativi, contrasti e spostamenti all\u2019interno dell\u2019assemblea, una figura riesce infine a prevalere, sedendosi sulla sedia rimasta vuota al tavolo dei relatori e \u201cinsediandosi\u201d tra i gangli del potere. Il passaggio \u00e8 simboleggiato dall\u2019immediato cambio di colore del nuovo potente di turno, che dal marroncino spento \u2013 colore con cui \u00e8 identificata la massa amorfa e uniforme del pubblico \u2013 diventa verde, la tonalit\u00e0 riservata a chi siede al tavolo dei relatori.<\/p>\n\n\n\n<p>La struttura della vicenda e l\u2019assenza di dialoghi lasciano spazio a diverse possibili letture. Tra le varie, la scena pu\u00f2 essere osservata come una rappresentazione dei meccanismi di competizione per il potere, dell\u2019horror vacui della politica, per cui ogni vuoto di potere si trasforma immediatamente in uno spazio di contesa, e come una messa in scena allegorica delle dinamiche che si sprigionano nella societ\u00e0 per la sua conquista: tra cooperazione, rifiuto, esclusione e, sopra ogni cosa, conflitto.<\/p>\n\n\n\n<p>Per chi fosse interessato a vedere il cortometraggio, \u00e8 disponibile qui: <a href=\"https:\/\/tinyurl.com\/yhuxhp5t\">https:\/\/tinyurl.com\/yhuxhp5t<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Infine, <strong><em>Pax vincit<\/em><\/strong> (1981) di <strong>Zofia Oraczewska<\/strong>, \u00e8 stato interpretato come un\u2019allegoria antimilitarista, incentrata sull\u2019idea di una pace imposta ai vinti: una stabilit\u00e0 solo apparente, fondata sulla violenza delle armi e sull\u2019esperienza della guerra, che si traduce in sconfitta, silenzio forzato e rinuncia alla libert\u00e0. Una condizione che, pur rimandando al contesto della Polonia e pi\u00f9 in generale dell\u2019Europa centro-orientale nel secondo dopoguerra, <strong>assume nel cortometraggio un valore pi\u00f9 ampio e universale<\/strong><strong>, <\/strong><strong>supera la dimensione storica contingente per proporre un messaggio pacifista di valore universale<\/strong>, mettendo in discussione ogni pace costruita sulla forza.<\/p>\n\n\n\n<p>Per chi fosse interessato a vedere il cortometraggio, \u00e8 disponibile qui: <a href=\"https:\/\/tinyurl.com\/5yr79jyk\">https:\/\/tinyurl.com\/5yr79jyk<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Complessivamente, i due interventi hanno messo in luce come la democratizzazione non si esaurisca nei soli processi istituzionali, ma si costruisca anche sul piano culturale. In questo senso, il cinema e la poesia, in particolare nel contesto polacco, hanno rappresentato strumenti fondamentali per la formazione di una coscienza critica, favorendo il confronto con il passato e l\u2019elaborazione di possibili alternative libertarie.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Cinema e Storia 2025 \u2013 2026 Arti e Storiografia \u00e8 un progetto di formazione per docenti aperto anche alla Cittadinanza, sviluppato dalla Societ\u00e0 Umanitaria in collaborazione con Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, IRIS, Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell\u2019Et\u00e0<\/em>&nbsp;<em>Contemporanea \u2013 ETS, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto Mantovano di<\/em>&nbsp;<em>Storia Contemporanea. L\u2019iniziativa \u00e8 patrocinata dall\u2019Istituto Nazionale \u201cFerruccio Parri\u201d e si<\/em>&nbsp;<em>svolge nell\u2019ambito del Progetto Milanosifastoria, promosso da Comune di Milano e Rete<\/em>&nbsp;<em>Milanosifastoria.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Foto di copertina<\/strong>: Il discorso di W\u0142adys\u0142aw Gomu\u0142ka davanti a migliaia di persone a Varsavia, il 24 ottobre 1956.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cinema, la poesia e il linguaggio d\u2019animazione consentono di cogliere alcune dimensioni cruciali dei processi di transizione democratica che hanno attraversato l\u2019Europa dopo il 1945, soprattutto nei contesti segnati dall\u2019esperienza dei regimi del socialismo reale, dove le forme culturali hanno rappresentato uno spazio importante di riflessione critica sul potere, sulla memoria e sull\u2019individuo. 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