L’impegno dei giovani in visita ai luoghi di sterminio

L'importanza di trasmettere alle nuove generazioni la memoria della Shoah come strumento di consapevolezza, prevenzione dell’indifferenza e costruzione di un futuro basato sul rispetto dei diritti umani e della dignità.

“Sono Colombo Pietro, il ragazzo che avuto la possibilità di visitare i campi di sterminio e di potersi fare un’immagine di quello che è successo. Le dirò che per me questa è stata un’esperienza molto utile perché, anche se sapevo già da prima quello che era avvenuto in quel periodo, non ho mai potuto capirlo come ora. E come l’ho fatta io spero che questa esperienza la possano fare anche tanti altri miei compagni”.

Sono passati sessant’anni esatti da queste parole, scritte da uno studente delle scuole professionali dell’Umanitaria, per l’esattezza della Scuola del Libro, perché quel suo viaggio era un modo per commemorare la figura di Egidio Bertazzoni, insegnante di Coltura generale, deportato a Mauthausen e poi trucidato nel castello di Hartheim (luogo di macabri esperimenti effettuati dai nazisti). Ma il senso, il significato di quello che il giovane Colombo ha potuto provare durante uno dei primi viaggi della memoria (come li chiamiamo oggi, e che allora l’ANED – l’Associazione Nazionale Ex Deportati – chiamava “pellegrinaggi”) è lo stesso che hanno interiorizzato gli studenti che da qualche anno, sia all’interno del Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani (edizione 2010 e 2019), sia in Sardegna e in particolare dal territorio del Sulcis-Iglesiente, con la collaborazione anche del CSC della Società Umanitaria di Carbonia, partecipano al progetto “Promemoria Auschwitz” promosso da Arci Sardegna (alcune toccanti testimonianze le si possono ascoltare nel DVD Racconti di un viaggio dentro la memoria, prodotto dal CSC di Carbonia nel 2017).

Lo sanno bene alcune delle ragazze che sono partite negli ultimi due anni:

È stato un viaggio che mi ha aperto la mente e il cuore, un percorso che in realtà non finisce mai. Mi ha insegnato a non restare in silenzio e a unire la mia voce a quella degli altri, trasformando la memoria in un impegno per il presente

Giada Cadoni

Il viaggio mi ha aperto gli occhi sull’importanza di non restare indifferenti, perché l’indifferenza è una scelta

Alessandra Stara

È stata un’esperienza che, nonostante il dolore, mi ha aiutato a riscoprire il bene intorno a me. Condividere questo percorso ha trasformato sconosciuti in amici e mi ha ridato la forza di credere nel cambiamento

Rebecca Manis

Partecipare a un viaggio della memoria non è uno scherzo. Le cronache recenti, purtroppo, raccontano che tra le migliaia di giovani che ogni anno visitano Auschwitz, Buchenwald o Mauthausen non mancano comportamenti inadeguati: risate, selfie scattati davanti ai forni crematori, consumo distratto di cibo nei piazzali dove i deportati erano costretti a restare immobili per ore, al gelo, con addosso pochi stracci e scarpe di cartone, come hanno ricordato molti sopravvissuti. Segnali evidenti di quanto, senza una preparazione adeguata, anche i luoghi della memoria possano rischiare di essere attraversati senza reale consapevolezza.

Anche per questo motivo è necessario preparare doverosamente i partecipanti, come fanno periodicamente i tutor del progetto con il supporto operativo e logistico degli operatori e delle operatrici dei nostri CSC sardi attraverso incontri di formazione: di solito bastano quattro sedute, spaziando dall’approfondimento storico a veri e propri momenti di group building. Questo passaggio è decisivo perché l’esperienza del viaggio nei campi non finisca con il ritorno a casa, ma diventi un incentivo a costruire una rete di comunità e un percorso di cittadinanza attiva sul territorio di provenienza. In questo modo partecipare a un viaggio della memoria diventa una forma di crescita civile, perché solo immergendosi con la testa, e con il cuore, là dove l’orrore era la norma, là dove c’era l’inferno in terra, là dove la brutalità e l’abominio erano la regola costante, solo così è possibile – forse – riuscire ad immedesimarsi in quella vita-non vita, in quel mondo fuori da mondo, dove l’angoscia è tormento e poi dannazione.

Non sempre, però, è possibile partecipare ai viaggi della memoria. E allora, negli anni, ogni sede dell’Umanitaria ha organizzato iniziative di approfondimento sulla Shoah per le scuole, ma anche per il pubblico adulto (in particolare ricordiamo le mostre documentarie “Auschwitz: un crimine contro l’umanità” e “Buchenwald, il bosco del silenzio”, il volume e il Dvd-Rom “L’universo concentrazionario e la politica nazista di sterminio” – prodotti in collaborazione con la Fondazione Auschwitz di Bruxelles –, la kermesse “Il tempo della memoria” e decine proiezioni di film): perché solo vedendo le immagini miracolosamente scattate nei giorni immediatamente dopo la liberazione dei campi, solo ascoltando gli audio dei sopravvissuti (come Nedo Fiano, Goti Bauer e Liliana Segre) è possibile rendersi conto di quello che fu allora l’Olocausto, e quanto – anche oggi – la follia dell’uomo possa fare proseliti.

Il prossimo viaggio di “Promemoria Auschwitz” si terrà dal 18 al 23 febbraio 2026. Nell’attesa vale ricordare cosa scriveva l’ANED nel 1966: «Per capire quanto costi la libertà, sosta almeno una volta davanti ad un forno crematorio in un campo di sterminio nazista, e medita…».

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