Un respiro, una lacrima, un sorriso. Sono frammenti, storie di vita, brevi amarcord. Tessere di quel grande mosaico che è, ed è stata, la Società Umanitaria. Pillole di Umanitària apre una finestra sulle passioni, sulle speranze, sulle emozioni che in queste tredici decadi hanno influenzato decisioni, ribaltato confini, regolato scelte, stravolto sentimenti. Con l’auspicio che, anche chi legge, possa condividere e/o immedesimarsi in un cammino di identità e di comunità.
La mediazione culturale nella scuola primaria
Un tirocinio può essere un passaggio obbligato nel percorso universitario, oppure trasformarsi in un’esperienza capace di orientare un percorso, mettere alla prova una vocazione, lasciare tracce durature nel tempo.È quanto emerge dalle testimonianze di tre ex studentesse di UniUma, la Scuola Superiore ad Indirizzo universitario in Mediazione linguistica e culturale “P.M. Loria” della Società Umanitaria, che negli anni hanno svolto periodi di tirocinio in diversi contesti educativi. Tra le esperienze nelle scuole, raccontiamo quella vissuta presso la scuola primaria “Luigi Cadorna” di Milano, nell’ambito di un progetto formativo dedicato alla mediazione linguistico-culturale e al supporto educativo in contesti multiculturali, attivato nell’anno accademico 2021-2022 per un totale di 150 ore, già a partire dal primo anno di corso.In un ambiente scolastico segnato dalla presenza di bambini e bambine con background migratorio, l’esperienza si è configurata come un laboratorio concreto di relazione, ascolto e mediazione, dove le competenze linguistiche si intrecciano con quelle educative e umane. Il progetto ha coinvolto complessivamente 50 studenti e studentesse dei diversi anni di corso, prevedendo anche il supporto di docenti di riferimento per le lingue più complesse, come l’arabo, e ponendosi una pluralità di obiettivi: rafforzare il ruolo della mediazione linguistico-culturale nel contesto scolastico, costruire reti di collaborazione sul territorio e accompagnare gli studenti in un primo confronto diretto con una professione in continua evoluzione.A distanza di anni, queste voci restituiscono non solo il ricordo di un tirocinio, ma il segno di un percorso che continua oggi, nella scelta di lavorare con i bambini, nell’impegno nei servizi di accoglienza, nella costruzione di competenze professionali orientate all’interculturalità.Tre sguardi diversi, quelli di Elena, Gaia e Giulia, con un’origine comune: un’esperienza condivisa che ha permesso di comprendere, nella pratica quotidiana, cosa significhi essere — davvero — un ponte tra le persone. Testimonianze tirocinio Scuola Elementare “Luigi Cadorna” di Milano Il tirocinio alla scuola elementare Luigi Cadorna non solo è stata un’esperienza formativa, ma soprattutto un’esperienza di vita che mi ha aperto gli occhi sulle molteplici realtà del mondo e sul lavoro che avrei voluto e tuttora voglio fare. La mediazione culturale si configura come un vero e proprio ponte tra le persone, e in questo tirocinio, sapere di aver rappresentato quel ponte mi rende molto fiera. La possibilità di avere a che fare con i bambini, delle creature così pure e vere, e poter essere la loro spalla e una figura di conforto, mi ha fatta sentire davvero speciale. Ricordo inoltre che nella struttura erano arrivati da poco bambini provenienti dall’Ucraina, dove era da poco scoppiato il conflitto, purtroppo ancora in corso. Sento che il nostro intervento è stato fondamentale anche per poter offrire loro un rifugio in più, farli sentire parte di una comunità e, in qualche maniera, protetti. L’impegno della nostra Università nel portare avanti questa esperienza è stato fondamentale. Mi sento anche di dire che, per me, questa esperienza è stata particolarmente incisiva in quanto oggi lavoro proprio con i bambini! Questo tirocinio mi ha permesso di avvicinarmi al mondo scolastico e di apprezzare ancora di più questo ruolo di ponte e di figura di supporto e conforto. Mai in nessun’altro luogo come nell’Istituto Cadorna, ho ricevuto così tanto amore ed affetto: ancora conservo l’infinità di disegni, lettere e regalini che mi sono stati donati dai bambini: ogni volta che uscivo da quella scuola, ero sempre sorridente. Impossibile non esserlo con delle persone come loro. Per non parlare poi dell’inclusività delle maestre: io ora che lavoro nelle scuole, so bene quanto sia importante la coesione e collaborazione tra docenti, e aver trovato delle insegnanti così premurose e attente all’inclusione, sia tra i bimbi che con noi studentesse, è stato per me molto significativo.Conservo questa esperienza nel cuore come una delle più significative del mio percorso, perché mi ha confermato quanto la mediazione culturale possa davvero fare la differenza e quanto io mi riconosca, oggi più che mai, in questo ruolo di ponte, supporto e presenza per gli altri. Gaia Bottani Ho svolto il tirocinio presso l’Istituto Cadorna durante l’ultimo anno della mia laurea triennale in mediazione linguistica. All’epoca non avevo ancora le idee chiare su cosa avrei fatto dopo la laurea né su quali fossero le mie aspirazioni a lungo termine. Avevo già avuto esperienze di tutoraggio e aiuto compiti, ma quella al Cadorna si è rivelata molto più complessa e significativa rispetto alle precedenti. A tre anni dalla conclusione del tirocinio, ricordo ancora con grande chiarezza i bambini con cui ho avuto l’opportunità di lavorare. Lavorare con i bambini non è semplice e, soprattutto all’inizio, le maestre si trovavano in difficoltà nel gestire l’intera classe e nel garantire il giusto sostegno a chi aveva bisogno di maggiore attenzione. Essere in grado di affiancare le insegnanti, aiutare i bambini e, allo stesso tempo, acquisire competenze pratiche nel campo della mediazione era l’obiettivo formativo che mi ero posta, e che sono riuscita a raggiungere. Ricordo in particolare uno dei bambini che seguivo: all’inizio del percorso si vergognava di leggere ad alta voce. Grazie agli incoraggiamenti, alle attività di supporto e a piccoli sistemi di ricompensa, è riuscito a superare le sue insicurezze. Alla fine del tirocinio, quando la maestra chiedeva chi volesse leggere, era il primo ad alzarsi in piedi, entusiasta di partecipare. Questo è senza dubbio il ricordo più prezioso che porto con me. Giulia Torelli L’esperienza presso l’Istituto Cadorna di Milano, una realtà scolastica caratterizzata da un’elevata presenza di studenti con background migratorio, ha costituito un osservatorio privilegiato per analizzare dinamiche interculturali, processi di integrazione e forme di trasmissione culturale nelle seconde, terze e quarte generazioni.L’inserimento presso l’Istituto Cadorna ha permesso di confrontarsi con una comunità scolastica estremamente eterogenea, nella quale la multiculturalità non rappresentava un elemento accessorio, bensì una componente strutturale della quotidianità educativa. Avendo già maturato esperienze pregresse con i bambini, l’ingresso in questo ambiente è stato accolto con interesse e disponibilità.Fin dai primi giorni è emerso come, nel caso specifico della classe assegnata, le competenze linguistiche non costituissero lo strumento principale di lavoro. Molti alunni, pur essendo figli o nipoti di persone migranti, non conoscevano la lingua dei loro genitori o dei loro nonni. Tale constatazione ha generato una riflessione profonda sul tema della trasmissione culturale: la perdita della lingua d’origine, pur potendo essere interpretata come un segnale di integrazione, evidenzia al contempo il rischio di un progressivo indebolimento del patrimonio culturale familiare.In questo contesto, le competenze relazionali si sono rivelate centrali. La capacità di instaurare un clima di fiducia, di ascoltare attivamente e di interpretare i bisogni dei bambini ha assunto un ruolo determinante, superando l’importanza delle competenze linguistiche in senso stretto.L’esperienza svolta presso il Cadorna ha rappresentato un momento di svolta, orientando in modo significativo le scelte professionali successive. Terminato il tirocinio, è iniziata una collaborazione con una cooperativa sociale, nella quale l’ingresso è avvenuto come operatrice all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS). Tale passaggio ha comportato un cambiamento rilevante: dal contesto scolastico si è passati a un ambiente caratterizzato da bisogni complessi, storie migratorie articolate e percorsi di autonomia da costruire.Il lavoro nei CAS ha richiesto un notevole impegno emotivo e organizzativo, configurandosi come una vera e propria prova di forza. Tuttavia, ha permesso di entrare in contatto con realtà profondamente diverse, ampliando la comprensione dei processi di accoglienza e integrazione. Successivamente, il percorso professionale si è esteso ad altri ambiti: supporto all’insegnamento della lingua italiana nel Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), con un coinvolgimento diretto nei processi di apprendimento linguistico degli adulti; attività di mediazione linguistico culturale presso l’Azienda USL di Piacenza, con l’applicazione di competenze comunicative e interculturali in un contesto sanitario; assunzione di responsabilità di coordinamento, che richiedono oggi una visione integrata dei servizi e delle dinamiche organizzative. L’intero percorso formativo e professionale evidenzia come il tirocinio iniziale abbia avuto un ruolo determinante nel definire l’area di interesse e di specializzazione. L’esperienza al Cadorna ha permesso di comprendere che: la multiculturalità è un fenomeno complesso, che richiede strumenti interpretativi adeguati e sensibilità interculturale; la relazione educativa costituisce un elemento imprescindibile, spesso più rilevante della competenza linguistica; la perdita della lingua d’origine nelle generazioni successive pone interrogativi significativi sul rapporto tra integrazione e conservazione culturale; il lavoro nel sociale richiede flessibilità, capacità di adattamento e una continua riformulazione del proprio ruolo. Queste consapevolezze hanno accompagnato le scelte professionali successive, contribuendo alla costruzione di un profilo orientato all’interculturalità, alla mediazione e alla gestione dei servizi di accoglienza. Pertanto, il tirocinio svolto presso l’Istituto Cadorna ha rappresentato un’esperienza formativa fondamentale, capace di orientare in modo significativo il percorso professionale successivo. Esso ha permesso di sviluppare una maggiore consapevolezza delle dinamiche interculturali e del ruolo centrale delle relazioni nei processi educativi e sociali. Le esperienze maturate nei CAS, nel SAI e presso l’AUSL di Piacenza hanno consolidato tali competenze, contribuendo alla costruzione di un profilo professionale oggi attivo nel settore sociale e nel coordinamento dei servizi. Elena Faggi
Rosa Genoni, la sartina che conquistò il mondo
“Dicevano che ero stupida, ero solo ignorante”.Non sono parole di Rosa Genoni, l’ex sartina di Tirano entrata di diritto nell’Olimpo della moda. Ma se consideriamo la sua storia, il suo percorso, i traguardi raggiunti nella sua vita potrebbe averlo pensato anche lei, che conosceva bene le drammatiche condizioni di vita a cui erano costrette le centinaia di ragazzine sfruttate anche in una città proiettata verso il futuro come Milano. “Dicevano che ero stupida, ero solo ignorante” non ce la siamo inventata. È una frase che abbiamo sentito dalla viva voce di una giovane allieva delle Scuole professionali femminili dell’Umanitaria, la signora Ermelinda Parenti, che si diplomò in sartoria durante il fascismo, proprio negli anni in cui Rosa Genoni stava cominciando a sentire anche sul suo insegnamento la cappa di piombo delle camicie nere. Intorno a questa frase c’è tutto il mondo che ruota intorno a Rosa (che in parte è anche quello di Ermelinda), quello di una grande città (Milano, ma anche Parigi), quello del nascente movimento per l’emancipazione femminile, quello delle lotte per i diritti della classe lavoratrice, che doveva portare al riscatto professionale e civile delle donne all’inizio del ‘900: una conquista sofferta, ma raggiunta a pochi anni di distanza dallo sciopero delle “piscinine”, le piccole sartine sottopagate di cui sia la Genoni, sia l’Umanitaria conoscevano bene lo status (una delle prime inchieste dell’Ufficio del Lavoro dell’ente milanese – “Scioperi, serrate e vertenze tra capitale e lavoro in Milano nel 1903” – riguardava proprio le condizioni di vita e di lavoro di operaie e operai nel capoluogo lombardo). Rosa veniva da Tirano, un paese della profonda Valtellina, una terra dove la fame e la povertà riguardavano parecchie famiglie, tanto che alla nipote Raffaella (Podreider) nonna Rosa ricordava sempre che “chi si alzava per ultimo (lei aveva 10 fratelli, n.d.r.) rischiava di non trovare neppure le scarpe da mettere, perché in casa non ce ne erano abbastanza per tutti”. Per questo motivo, a soli dieci anni la Genoni aveva deciso di lasciare la famiglia: destinazione Milano, dove l’aspettava una zia. E all’ombra della Madonnina avrebbe iniziato la sua bella gavetta nel mondo delle sartorie. Poi la scuola, l’emancipazione, il lavoro, il riscatto sociale. E l’insegnamento. Nel 1905, non appena viene invitata dalla Società Umanitaria a dirigere il corso di sartoria (allora le scuole femminili avevano sede in via Goldoni), Rosa Genoni accetta entusiasta: l’idea di poter contribuire alla crescita professionale di tante ragazze la riempie d’orgoglio. Anche se nelle foto che conserviamo in archivio non c’è traccia di Rosa, ci sono loro, le sue allieve (magari c’è anche Ermelinda, chissà…), insieme a giovani operaie che vogliono perfezionarsi e cambiare la loro vita: diligenti e attentissime – perché in gioco c’è il loro futuro – ogni giorno, dopo il lavoro, arrivano in via San Barnaba, dove trovano un’insegnante speciale, che conosce i loro sogni (perché sono stati anche i suoi) e suscita in loro la voglia di cambiamento, quel “rilevarsi da sé medesime” che vale tutta la loro fatica. Con la sua grinta e la sua genialità, presto Rosa diventa una delle figure-chiave dell’apparato educativo dell’Umanitaria, insegnando alle sue allieve ad inventarsi il futuro (con stile), mettendo a disposizione le sue capacità, aiutando a rimuovere gli ostacoli sul loro cammino. I successi arrivano uno dopo l’altro; dopo il riconoscimento del Gran Premio per la Sezione Arte Decorativa all’Esposizione Internazionale del 1906 (tra i modelli presentati, di elevatissimo pregio, spicca la veste “Flora”, ispirata alla “Primavera” del Botticelli), su incarico dell’Umanitaria la Genoni parte per Parigi, dove visita le migliori scuole professionali e ne studia i programmi, per dare il via ad un moderno organigramma che riguarda i corsi di sartoria, ricamo, modisteria. È proprio in uno di questi corsi che Ermelinda Parenti trovò la sua strada, superando l’impasse di chi era sempre considerata una “stupida”, mentre le mancavano soltanto le conoscenze adatte per emergere nella società e superare la sua ignoranza. Ce lo raccontava lei stessa: senza i corsi dell’Umanitaria, senza il modello di Rosa Genoni, la sua vita non sarebbe stata la stessa, perché avrebbe sempre ignorato di possedere le capacità per aprirsi al lavoro, e alla vita, con dignità.
Al bivio della riforma: strumenti per una scelta consapevole
Il 18 novembre il Parlamento italiano ha approvato la legge di revisione costituzionale recante “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, un provvedimento che ha dato il via al percorso referendario per un giudizio diretto dei cittadini. Un passaggio che chiama il Paese a esprimersi su una riforma destinata a incidere sul sistema giuridico, e che ha riacceso il confronto su temi cruciali: il ruolo della magistratura, le garanzie di autonomia, i meccanismi di responsabilità disciplinare. Come spesso accade in prossimità di appuntamenti elettorali di rilievo, negli ultimi mesi il clima politico intorno alla riforma è stato segnato da toni esasperati e da attacchi reciproci che hanno contribuito a polarizzare ulteriormente il dibattito, rendendo più difficileun dialogo sereno e produttivo. Una criticità richiamata anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha deciso di presiedere una seduta al CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) proprio per ribadire la necessità di un confronto rispettoso, lontano da polemiche sterili, invitando a discutere la riforma con serietà, senza cedere a linguaggi offensivi o delegittimanti. Lo stesso richiamo è arrivato da Ferruccio de Bortoli che, dopo aver moderato il 16 febbraio 2026 alla Società Umanitaria l’incontro “Al bivio della riforma – Strumenti per una scelta consapevole”, è tornato sul tema il giorno successivo nella sua rubrica “Frammenti” sul Corriere della Sera: basta con la delegittimazione morale e con l’aggressione strumentale dell’avversario. Colpisce e addolora che nel confronto fra tesi diverse, e del tutto legittime, su una riforma che riguarda sette articoli della Costituzione, non vi sia alcuno spirito costituente, né lo sforzo civilmente minimo di credere nella buona fede dell’altro anziché sommergerlo di sospetti. Quale sarà il costo, nella fiducia popolare delle istituzioni e non solo della magistratura, delle macerie morali che stiamo irresponsabilmente accumulando in questo dannato periodo? Con questo spirito de Bortoli, ha condotto il dibattito che ha visto confrontarsi due figure autorevoli del panorama giuridico italiano, con orientamenti distinti: da una parte, Gherardo Colombo, ex magistrato e saggista, ha sostenuto le ragioni del NO alla riforma, criticando gli aspetti che, a suo avviso potrebbero indebolire l’indipendenza della magistratura e alterare gli equilibri costituzionali fondamentali. Dall’altra parte, Nicolò Zanon, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano ed ex vicepresidente della Corte costituzionale, ha difeso le ragioni del SI, sottolineando la necessità di interventi riformisti volti a garantire un miglioramento e una maggiore efficienza del sistema giudiziario, pur senza compromettere i principi di autonomia che caratterizzano la magistratura. Le due posizioni, se pur contrapposte, hanno dato vita a un dialogo ricco di spunti, offrendo al pubblico la possibilità di esaminare con attenzione le implicazioni della riforma. Il confronto si è caratterizzato per il rispetto reciproco e autentica disponibilità all’ascolto, lontano dalle estremizzazioni e dalla retorica che hanno segnato il dibattito pubblico in altri contesti. Ne è scaturita una discussione articolata e rigorosa, seguita da un pubblico numeroso: segno evidente di un desiderio diffuso di comprendere il merito della riforma al di là delle contrapposizioni e delle “tifoserie”. Non sappiamo quale sarà l’esito del referendum del 22 e 23 marzo 2026. Di una cosa, tuttavia, possiamo essere certi: nel confronto sereno e rispettoso ospitato dall’Umanitaria ha vinto la democrazia. Una democrazia che vive non soltanto nel pluralismo delle idee, ma – ci sentiamo di sottolineare – anche di partecipazione consapevole al voto, momento in cui la scelta individuale si traduce in una decisione che riguarda tutti. In questo senso risuonano ancora oggi, come un monito e insieme come un invito alla responsabilità, le parole che Piero Calamandrei pronunciò nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955:Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori, il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Io ero, ricordo, a Firenze. Lo stesso è capitato qui (a Milano n.d.r): queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, lieta perché aveva la sensazione di aver ritrovato la propria dignità: questo dare il voto, questo portare la propria opinione, per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Il 22 e 23 marzo, la parola passa a noi cittadini. Qui il video integrale dell’incontro. https://youtu.be/LO4gRTQg708
L’impegno dei giovani in visita ai luoghi di sterminio
“Sono Colombo Pietro, il ragazzo che avuto la possibilità di visitare i campi di sterminio e di potersi fare un’immagine di quello che è successo. Le dirò che per me questa è stata un’esperienza molto utile perché, anche se sapevo già da prima quello che era avvenuto in quel periodo, non ho mai potuto capirlo come ora. E come l’ho fatta io spero che questa esperienza la possano fare anche tanti altri miei compagni”. Sono passati sessant’anni esatti da queste parole, scritte da uno studente delle scuole professionali dell’Umanitaria, per l’esattezza della Scuola del Libro, perché quel suo viaggio era un modo per commemorare la figura di Egidio Bertazzoni, insegnante di Coltura generale, deportato a Mauthausen e poi trucidato nel castello di Hartheim (luogo di macabri esperimenti effettuati dai nazisti). Ma il senso, il significato di quello che il giovane Colombo ha potuto provare durante uno dei primi viaggi della memoria (come li chiamiamo oggi, e che allora l’ANED – l’Associazione Nazionale Ex Deportati – chiamava “pellegrinaggi”) è lo stesso che hanno interiorizzato gli studenti che da qualche anno, sia all’interno del Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani (edizione 2010 e 2019), sia in Sardegna e in particolare dal territorio del Sulcis-Iglesiente, con la collaborazione anche del CSC della Società Umanitaria di Carbonia, partecipano al progetto “Promemoria Auschwitz” promosso da Arci Sardegna (alcune toccanti testimonianze le si possono ascoltare nel DVD Racconti di un viaggio dentro la memoria, prodotto dal CSC di Carbonia nel 2017). Lo sanno bene alcune delle ragazze che sono partite negli ultimi due anni: È stato un viaggio che mi ha aperto la mente e il cuore, un percorso che in realtà non finisce mai. Mi ha insegnato a non restare in silenzio e a unire la mia voce a quella degli altri, trasformando la memoria in un impegno per il presenteGiada Cadoni Il viaggio mi ha aperto gli occhi sull’importanza di non restare indifferenti, perché l’indifferenza è una sceltaAlessandra Stara È stata un’esperienza che, nonostante il dolore, mi ha aiutato a riscoprire il bene intorno a me. Condividere questo percorso ha trasformato sconosciuti in amici e mi ha ridato la forza di credere nel cambiamentoRebecca Manis Partecipare a un viaggio della memoria non è uno scherzo. Le cronache recenti, purtroppo, raccontano che tra le migliaia di giovani che ogni anno visitano Auschwitz, Buchenwald o Mauthausen non mancano comportamenti inadeguati: risate, selfie scattati davanti ai forni crematori, consumo distratto di cibo nei piazzali dove i deportati erano costretti a restare immobili per ore, al gelo, con addosso pochi stracci e scarpe di cartone, come hanno ricordato molti sopravvissuti. Segnali evidenti di quanto, senza una preparazione adeguata, anche i luoghi della memoria possano rischiare di essere attraversati senza reale consapevolezza. Anche per questo motivo è necessario preparare doverosamente i partecipanti, come fanno periodicamente i tutor del progetto con il supporto operativo e logistico degli operatori e delle operatrici dei nostri CSC sardi attraverso incontri di formazione: di solito bastano quattro sedute, spaziando dall’approfondimento storico a veri e propri momenti di group building. Questo passaggio è decisivo perché l’esperienza del viaggio nei campi non finisca con il ritorno a casa, ma diventi un incentivo a costruire una rete di comunità e un percorso di cittadinanza attiva sul territorio di provenienza. In questo modo partecipare a un viaggio della memoria diventa una forma di crescita civile, perché solo immergendosi con la testa, e con il cuore, là dove l’orrore era la norma, là dove c’era l’inferno in terra, là dove la brutalità e l’abominio erano la regola costante, solo così è possibile – forse – riuscire ad immedesimarsi in quella vita-non vita, in quel mondo fuori da mondo, dove l’angoscia è tormento e poi dannazione. Non sempre, però, è possibile partecipare ai viaggi della memoria. E allora, negli anni, ogni sede dell’Umanitaria ha organizzato iniziative di approfondimento sulla Shoah per le scuole, ma anche per il pubblico adulto (in particolare ricordiamo le mostre documentarie “Auschwitz: un crimine contro l’umanità” e “Buchenwald, il bosco del silenzio”, il volume e il Dvd-Rom “L’universo concentrazionario e la politica nazista di sterminio” – prodotti in collaborazione con la Fondazione Auschwitz di Bruxelles –, la kermesse “Il tempo della memoria” e decine proiezioni di film): perché solo vedendo le immagini miracolosamente scattate nei giorni immediatamente dopo la liberazione dei campi, solo ascoltando gli audio dei sopravvissuti (come Nedo Fiano, Goti Bauer e Liliana Segre) è possibile rendersi conto di quello che fu allora l’Olocausto, e quanto – anche oggi – la follia dell’uomo possa fare proseliti. Il prossimo viaggio di “Promemoria Auschwitz” si terrà dal 18 al 23 febbraio 2026. Nell’attesa vale ricordare cosa scriveva l’ANED nel 1966: «Per capire quanto costi la libertà, sosta almeno una volta davanti ad un forno crematorio in un campo di sterminio nazista, e medita…».
Quelle immagini sulla violenza domestica
È una delle forme più aberranti di prevaricazione, la violenza fatta da chi si proclama compagno di una vita, e spesso si trasforma nell’incubo peggiore: schiaffi, urla, pugni, spintoni, violenze sistematiche, abusi, omicidi. L’elenco della violenza che può instaurarsi tra uomo e donna, dentro e fuori le mura domestiche, è lungo, ignobile, devastante. Soprattutto quando ci sono di mezzo i figli, i figli che tremano al solo aumento di tono della voce, a quella mano che si alza, a quel volto sorridente che diventa paonazzo e poi esplode in una furia cieca, inarrestabile. Oggi la violenza alle donne non è più marginale, è un fenomeno studiato, controllato, monitorato; c’è il numero verde 1522 (attivo 24 h su 24), se ne parla a scuola, se ne discute in famiglia, in TV, sui social, in una battaglia (perché la violenza è una guerra) comune e costante per abbattere quelle “cattive abitudini” che fino a pochi anni fa permettevano prevaricazioni inaccettabili ed oggi, con l’escalation dei casi, hanno portato a coniare un nuovo sostantivo: femminicidio. Prima che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisse la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (17 dicembre 1999) in certi Stati, in certi paesi, in certi appartamenti, non era facile essere donna, perché questa forma subdola di violenza era quasi assente dai quotidiani, come se non esistesse, come se il reato non fosse contemplato. Poi una fotografa eccezionale cominciò ad occuparsi della questione; per lunghi mesi Donna Ferrato (“omen nomen”) seguì gli interventi della polizia chiamata dalle vittime o dai vicini, guardò negli occhi i carnefici, seguì le donne picchiate nelle case-rifugio vivendo accanto a loro, parlando con loro, sentendo le loro storie e diventandone amica. Da quel lavoro, grazie alla costanza di quella Donna, la violenza alle donne divenne un fatto di cronaca quotidiana, riportato sui tabloid di tutta l’America. Ne nacque un libro Living with the enemy, un progetto per l’accoglienza e l’assistenza alle donne maltrattate (oggi “National Resource Center on Domestic Violence”) e poi una mostra itinerante, struggente e delicata al tempo stesso. Quella mostra ebbe un’unica tappa in Italia, a Milano, dove 50 fotografie di Donna Ferrato – dal 30 marzo al 27 aprile 1995 – trasformarono il Chiostro dei Glicini in una esposizione incredibile (merito dell’allestimento suggestivo ideato dall’Architetto Giampiero Bosoni): una mostra voluta da un’altra donna straordinaria, Grazia Neri, che scelse l’Umanitaria come spazio ideale per puntare i riflettori su un fenomeno che continuava ad essere taciuto, nascosto, sommerso. La foto per l’invito venne scelta per il contrasto temporale: il volto di una donna sorridente, e la stessa donna con occhi tumefatti, le labbra spaccate e lo sguardo sofferente, dopo la relazione che le aveva distrutto la vita. Ma in mostra c’erano anche foto di tenerezza estrema, come la donna addormentata a fianco del figlio, con il viso finalmente disteso, nella prima notte di vera quiete, perché non si trovava più nella casa del mostro. Quel reportage seppe mostrare a tutti la cruda verità: c’era la denuncia di crimini ignobili, ma c’era anche la speranza di un cambiamento, nonostante i problemi da affrontare – oggi come allora – fossero ancora enormi, perché non sempre è facile rompere il muro del silenzio e ribellarsi ai soprusi, a quell’amore distorto dalle botte, dalle ossa rotte, dai lividi che non si cancellano ( il sito di Donna Ferrato è: www.donnaferrato.com ) Il senso di quella mostra continua ad essere vivo nelle tante iniziative che la Società Umanitaria promuove ancora oggi per mantenere alta l’attenzione su un tema che interpella la coscienza di tutti. Mostre, incontri, spettacoli, proiezioni e convegni, insieme a gesti simbolici e azioni concrete, animano in modo costante tutte le città dove l’Umanitaria è presente, coinvolgendo studenti, docenti, iscritti ai corsi, soci e cittadini. Attività spesso sviluppate in sinergia con associazioni impegnate nella prevenzione e nel contrasto alla violenza di genere, per rafforzare il dialogo e la consapevolezza collettiva. Iniziative diverse per forma, ma unite dallo stesso spirito: dal progetto partecipato che ha legato tutte le sedi dell’Umanitaria in un grande Lenzuolo SOSpeso, dove ciascuno ha potuto cucire con un filo rosso il nome di una donna vittima di violenza, alla panchina rossa dipinta dai nostri studenti dell’Università di Mediazione Linguistica “Prospero Moisè Loria”, oggi installata all’ingresso di via San Barnaba come monito e impegno a non smettere mai di parlare, di denunciare, di agire. Segni diversi di una stessa volontà: per tener viva l’attenzione e mettere la parola fine a un crimine contro l’umanità. Mai più. Ph. courtesy Donna Ferrato
Alla scoperta di Ginevra
“Il futuro dei diritti umani: come le nuove generazioni possono fare la differenza”. È stato questo il tema della XVII edizione del Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani, promosso dalla Società Umanitaria con SIOI, Focus e ADU. Un progetto che ogni anno mette al centro studentesse e studenti delle superiori invitandoli a confrontarsi sui valori universali della dignità umana e dei diritti, dando voce a uno sguardo generazionale che rivela il modo in cui le nuove leve pensano e sentono le sfide del presente.Quest’anno i nove vincitori hanno vissuto due momenti speciali: la premiazione in Campidoglio e il viaggio a Ginevra, dove hanno potuto conoscere da vicino istituzioni e luoghi simbolo della cooperazione internazionale. Con il loro ingresso in ADU, l’associazione che riunisce gli ex vincitori, diventano parte di una rete di giovani che continua a crescere, mantenendo vivo il dialogo e l’impegno civile.In un mondo attraversato da guerre, stragi di civili e nuove spinte nazionalistiche che sembrano mettere all’angolo in modo irrevocabile il diritto internazionale, la curiosità e la serietà con cui questi ragazzi si sono confrontati con ciò che Ginevra rappresenta – il dialogo, la cooperazione, i diritti – sono un segno di speranza: piccoli semi che la Società Umanitaria è fiera di coltivare per il futuro. Ginevra - Culla dell’umanitarismo internazionale Di Massimo Abbina, Francesco D’Aria, Michela De Maria, Giulia Fiorucci, Andrea Monacelli, Chiara Sciarini, Giulia Spanò, Gabriele Trinchillo Per la sua XVII edizione, il Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani ha introdotto una novità importante: per la prima volta, la cerimonia in Campidoglio ha riunito insieme tutti i nove vincitori delle tre città – Milano, Napoli e Roma – offrendo a ciascuno lo spazio per raccontarsi e condividere la propria esperienza. Il 7 maggio siamo così partiti per Roma, con destinazione Palazzo Senatorio, per vivere questo momento di incontro e di riconoscimento.Dopo aver vinto il concorso non sapevamo esattamente cosa aspettarci, ma, grazie anche al supporto dei giovani e dei responsabili dell’Associazione ADU (che riunisce tutti i vincitori del Concorso), siamo riusciti ad arrivare al grande giorno con le parole a portata di mano, più familiarità e un po’ meno ansia. Magari non ci saranno state centinaia di persone di fronte a noi, ma varcare le porte del Municipio di Roma, sedendosi sugli scranni di legno per tenere il proprio discorso, sotto lo sguardo giudicante di Giulio Cesare, incuteva comunque una certa soggezione.I nostri interventi, tuttavia, erano il gran finale: prima di noi, a rompere il ghiaccio, c'erano la Presidente dell'Assemblea Capitolina, la Presidente della Commissione Scuola e la Delegata alle Politiche Sociali del Comune di Roma, il Presidente della Società Umanitaria e il Presidente SIOI. Forse per questo, forse perché ormai avevamo letto e riletto ciò che volevamo dire, una volta iniziati i discorsi, l'ansia è scivolata completamente via, lasciando il posto a una ben meritata soddisfazione, che da quel momento è andata solo in crescendo.Gli applausi, l’onore di ricevere lo stemma di Roma Capitale, la presentazione agli ex Vincitori sono stati tutti momenti che, in un modo o nell'altro, ci hanno dato la sensazione di aver dato il nostro contributo, di essere diventati parte di qualcosa di più grande, ma, soprattutto, ci hanno dato un anticipo del bellissimo senso di gruppo che avremmo ritrovato, rafforzato, a Ginevra.Così dall’8 all’11 settembre 2025 abbiamo avuto la possibilità di visitare Ginevra, città simbolo di dialogo, pace e cooperazione internazionale.