Un'azione "punitiva"

Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale, contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità e al medico, vistosamente malridotta: lesioni multiple, abrasioni vistose, lividi profondi. Se si presenta morta è meglio. 
 Un cadavere con segni di stupro e sevizie, dà più garanzie. 
Nell’ultima settimana, sono arrivate al tribunale di Roma, sette denunce di violenza carnale a studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti certi dei loro buoni diritti. 
[…]
Ma il fatto più osceno è il rito terroristico, a cui, poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa, sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti a richiedere giustizia, con l’illusione d’avercela. 
È tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
Prologo del monologo Lo stupro di Franca Rame e Dario Fo (1975). Testi manoscritti contenuti in Archivio Franca Rame Dario Fo 

Come dimostra la trascrizione del verbale di un interrogatorio nel corso di un processo per stupro:
MEDICO: Dica signorina, o signora, durante l'aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere... una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO: Non s'è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
AVVOCATO: É rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO: Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO: Si è sentita umida? Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO: Lei ha goduto?
MEDICO: Ha raggiunto l'orgasmo?

AVVOCATO: Se si, quante volte?

LO STUPRO di FRANCA RAME

Milano. Sono le 18.30 del 9 marzo 1973. Franca Rame sta passeggiando per il centro quando viene aggredita da cinque uomini con il volto coperto da passamontagna e costretta, con una pistola puntata alla schiena, a salire su un furgone. Viene picchiata, insultata, seviziata con lamette e sigarette e violentata per diverse ore da almeno tre uomini, mentre un quarto la tiene ferma, e un quinto guida il furgone nel traffico caotico dell'ora di punta milanese. Dopo qualche migliaio di metri, viene scaricata nei pressi del Castello Sforzesco.

Sono gli anni della Democrazia Cristiana e del Governo Andreotti. Gli anni dello Stragismo e della Strategia della Tensione. Gli anni delle bombe. Sono anni difficili, anche per Franca Rame e suo marito Dario Fo, impegnati in prima linea al fianco della sinistra extraparlamentare. Hanno messo in piedi il Collettivo Teatrale “La Comune” che porta in scena spettacoli di satira e controinformazione politica piuttosto feroci, in cui si denuncia apertamente lo sfruttamento e la dittatura borghese e si appoggia la lotta di classe operaia. Sostengono l’organizzazione Soccorso Rosso che fornisce assistenza legale ed economica ai militanti detenuti nelle carceri italiane. E Franca partecipa attivamente al Movimento Femminista. I due non sono visti di buon occhio.

MISTERO BUFFO del Collettivo Teatrale “La Comune”

Franca Rame

La violenza subita da Franca Rame sembra essere un’azione “punitiva” di matrice politica e ben pianificata. Come lei stessa racconterà in un’intervista rilasciata a Luciana d’Arcangeli e pubblicata su «Il Gabellino» nel 2015, gli stupratori sono andati a colpo sicuro. Sapevano che l’attrice sarebbe uscita di casa per andare dal parrucchiere. Nel suo appartamento furono anche ritrovate diverse cimici. Franca e Dario erano intercettati. Il sequestro avvenne in pieno centro, a circa cinquanta metri dal negozio parrucchiere, di fronte alla sede della DC – che in quegli anni era praticamente militarizzata giorno e notte – e sotto gli occhi del piantone che stava di guardia sul retro della caserma della Polizia di Piazza Sant’Ambrogio. Ma nessuno si accorse di nulla.

foto di Mario De Biasi (Edizioni Mondadori), dominio pubblico via Wikimedia Commons

Per anni le indagini contro ignoti restano immobili. Vengono chiuse, poi riaperte, poi di nuovo chiuse. Fino al 1987, quando sembra emergere un tassello importante. Nel corso del processo per la Strage di Bologna, il “pentito nero” Angelo Izzo – uno degli autori del cosiddetto Massacro del Circeo – dichiara di aver saputo da alcuni compagni di cella – Edgardo Bonazzi e Pierluigi Concutelli – che lo stupro ai danni di Franca Rame è stata opera di cinque neofascisti milanesi, «un’operazione», così la chiama lui, ordinata dai Carabinieri della Divisione Pastrengo. Le sue dichiarazioni, però, non vengono prese troppo sul serio, d'altronde è un sadico psicopatico. E la notizia rimane sepolta nell'istruttoria. Ma i sospetti si rafforzano quando viene ritrovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti Gianadelio Maletti, che racconta di un alterco tra il Comandante della Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli, nel quale il primo rinfaccia al secondo l'azione contro Franca Rame. Emergono anche alcuni nomi dei camerati responsabili: Angelo Angeli, un certo Muller e un certo Patrizio. Alcune delle principali testate titolano: “I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame” E il giudice accusa cinque neofascisti; Noi fascisti violentammo la Rame. Una punizione chiesta dai carabinieri; Nei verbali sulle stragi la terribile confessione sullo stupro all’attrice; E il generale gioì per lo stupro. “Avete violentato Franca Rame? Era ora…”. Ormai è il 1998, sono passati venticinque anni e il reato è destinato ad andare in prescrizione.

Dario Fo scrive al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, con la speranza di conoscere una volta per tutte le Verità. Non riceverà mai alcuna risposta. Il Quirinale attribuì questa responsabilità alle poste italiane: la lettera si era sicuramente smarrita in qualche ufficio postale.

Il 12 febbraio 1998 Michele Serra scrive su «L’Unità»: «La bassezza del gesto, l'esultanza in caserma a cose fatte, il fatto che uomini in divisa abbiano potuto commissionare o anche solo coprire un'aggressione così vigliacca contro una cittadina inerme sono, senza retorica, la più classica macchia d'infamia. Possiamo sperare che, almeno per questa sozza vicenda, i Carabinieri vorranno, essi per primi, fare ogni sforzo possibile per chiarire tutto? O dobbiamo imparare a convivere con il sospetto anche di questo ulteriore tradimento, lo stupro di Stato?»

Intanto il reato è andato in prescrizione. I colpevoli sono rimasti impuniti. Ma sul corpo di Franca Rame è rimasto impresso il segno indelebile della violenza: un solco lungo circa ventun centimetri che le segnava la pelle tra i seni.