Rosa Genoni, la sartina che conquistò il mondo

Per rilevarsi da sé medesima lasciò la famiglia, lottò contro lo sfruttamento delle piscinine, insegnò un mestiere e divenne la stilista del made in Italy
“Dicevano che ero stupida, ero solo ignorante”.Non sono parole di Rosa Genoni, l’ex sartina di Tirano entrata di diritto nell’Olimpo della moda. Ma se consideriamo la sua storia, il suo percorso, i traguardi raggiunti nella sua vita potrebbe averlo pensato anche lei, che conosceva bene le drammatiche condizioni di vita a cui erano costrette le centinaia di ragazzine sfruttate anche in una città proiettata verso il futuro come Milano.
“Dicevano che ero stupida, ero solo ignorante” non ce la siamo inventata. È una frase che abbiamo sentito dalla viva voce di una giovane allieva delle Scuole professionali femminili dell’Umanitaria, la signora Ermelinda Parenti, che si diplomò in sartoria durante il fascismo, proprio negli anni in cui Rosa Genoni stava cominciando a sentire anche sul suo insegnamento la cappa di piombo delle camicie nere.
Intorno a questa frase c’è tutto il mondo che ruota intorno a Rosa (che in parte è anche quello di Ermelinda), quello di una grande città (Milano, ma anche Parigi), quello del nascente movimento per l’emancipazione femminile, quello delle lotte per i diritti della classe lavoratrice, che doveva portare al riscatto professionale e civile delle donne all’inizio del ‘900: una conquista sofferta, ma raggiunta a pochi anni di distanza dallo sciopero delle “piscinine”, le piccole sartine sottopagate di cui sia la Genoni, sia l’Umanitaria conoscevano bene lo status (una delle prime inchieste dell’Ufficio del Lavoro dell’ente milanese – “Scioperi, serrate e vertenze tra capitale e lavoro in Milano nel 1903” – riguardava proprio le condizioni di vita e di lavoro di operaie e operai nel capoluogo lombardo).
Rosa veniva da Tirano, un paese della profonda Valtellina, una terra dove la fame e la povertà riguardavano parecchie famiglie, tanto che alla nipote Raffaella (Podreider) nonna Rosa ricordava sempre che “chi si alzava per ultimo (lei aveva 10 fratelli, n.d.r.) rischiava di non trovare neppure le scarpe da mettere, perché in casa non ce ne erano abbastanza per tutti”. Per questo motivo, a soli dieci anni la Genoni aveva deciso di lasciare la famiglia: destinazione Milano, dove l’aspettava una zia. E all’ombra della Madonnina avrebbe iniziato la sua bella gavetta nel mondo delle sartorie. Poi la scuola, l’emancipazione, il lavoro, il riscatto sociale. E l’insegnamento.
Nel 1905, non appena viene invitata dalla Società Umanitaria a dirigere il corso di sartoria (allora le scuole femminili avevano sede in via Goldoni), Rosa Genoni accetta entusiasta: l’idea di poter contribuire alla crescita professionale di tante ragazze la riempie d’orgoglio. Anche se nelle foto che conserviamo in archivio non c’è traccia di Rosa, ci sono loro, le sue allieve (magari c’è anche Ermelinda, chissà…), insieme a giovani operaie che vogliono perfezionarsi e cambiare la loro vita: diligenti e attentissime – perché in gioco c’è il loro futuro – ogni giorno, dopo il lavoro, arrivano in via San Barnaba, dove trovano un’insegnante speciale, che conosce i loro sogni (perché sono stati anche i suoi) e suscita in loro la voglia di cambiamento, quel “rilevarsi da sé medesime” che vale tutta la loro fatica.
Con la sua grinta e la sua genialità, presto Rosa diventa una delle figure-chiave dell’apparato educativo dell’Umanitaria, insegnando alle sue allieve ad inventarsi il futuro (con stile), mettendo a disposizione le sue capacità, aiutando a rimuovere gli ostacoli sul loro cammino. I successi arrivano uno dopo l’altro; dopo il riconoscimento del Gran Premio per la Sezione Arte Decorativa all’Esposizione Internazionale del 1906 (tra i modelli presentati, di elevatissimo pregio, spicca la veste “Flora”, ispirata alla “Primavera” del Botticelli), su incarico dell’Umanitaria la Genoni parte per Parigi, dove visita le migliori scuole professionali e ne studia i programmi, per dare il via ad un moderno organigramma che riguarda i corsi di sartoria, ricamo, modisteria. È proprio in uno di questi corsi che Ermelinda Parenti trovò la sua strada, superando l’impasse di chi era sempre considerata una “stupida”, mentre le mancavano soltanto le conoscenze adatte per emergere nella società e superare la sua ignoranza. Ce lo raccontava lei stessa: senza i corsi dell’Umanitaria, senza il modello di Rosa Genoni, la sua vita non sarebbe stata la stessa, perché avrebbe sempre ignorato di possedere le capacità per aprirsi al lavoro, e alla vita, con dignità.







