Cinema e Storia 2025 – 2026
La Germania uscita dalla Seconda guerra mondiale si trovò ad incarnare, più di ogni altro paese europeo, la frattura della nuova Europa. Il secondo seminario di Cinema e Storia 2025 – 2026 ha ricostruito questo doppio percorso, dal consolidarsi della Repubblica Federale Tedesca (RFT) all’esperienza della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), esplorando come cinema e letteratura abbiano restituito la complessità di due memorie intrecciate.

Il primo intervento, a cura del Prof. Marco Salbego, ha proposto un viaggio nella memoria della Germania occidentale attraverso l’opera monumentale Heimat di Edgar Reitz. Il ciclo di film, composto da unidici pellicole realizzate tra il 1979 e 1982, ripercorre la storia di una famiglia tedesca tra il 1919 e il 1979, intrecciando vicende private e grandi eventi collettivi. La scelta di Reitz di intitolare il suo ciclo di film Heimat non è casuale, ma si pone in consapevole contrapposizione al film americano Holocaust (1977). Quest’ultimo aveva avuto un grande successo internazionale, portando per la prima volta il grande pubblico televisivo a confrontarsi con l’orrore dell’Olocausto. Tuttavia, raccontava la tragedia tedesca dal punto di vista esterno, cioè attraverso uno sguardo americano e una struttura narrativa tipica del melodramma hollywoodiano. Il male nazista è rappresentato con figure caricaturali e mostruose, mentre la società tedesca resta sullo sfondo, semplificata e priva di profondità. Reitz, con i suoi film, vuole invece restituire ai tedeschi la propria memoria, andando oltre la visione proposta da Holocaust, mostrando la vita quotidiana delle persone comuni, che non si percepivano come protagoniste della Storia, ma che, con le loro scelte e i loro silenzi, ne facevano comunque parte. In Heimat non è negato né minimizzato l’Olocausto ma, al contrario, è riconosciuto e condannato con fermezza, rappresentandolo però in maniera meno spettacolare e più riflessiva. Reitz inserisce questa tragedia nel contesto più ampio della memoria e dell’identità tedesca, per capire come la società abbia potuto generare e accettare il male. Mentre Holocaust punta sull’impatto emotivo e sul giudizio morale, Heimat cerca una comprensione critica e autocosciente, interrogandosi sul legame tra patria e appartenenza, tra responsabilità individuale e destino collettivo. Tramite un’analisi di alcune scene chiave, il docente ha mostrato come sia utilizzata la microstoria per esplorare il consenso e il conformismo che permisero l’ascesa del nazismo. Il film, infatti, non racconta il regime dall’alto, ma dal basso, mostrando la quotidianità di chi, pur non essendo carnefice, accettò passivamente il sistema. In questo senso, il concetto di “Mitlläufer” – colui che “corre con gli altri” – diventa simbolo del conformismo morale che attraversò la società tedesca.
Nella II parte del suo intervento, il Prof. Salbego ha collegato questa analisi alla Germania del dopoguerra, evidenziando come, sotto il cancellierato di Adenauer, si sia costruita una narrazione in cui i tedeschi venivano percepiti più come vittime che come responsabili del nazismo. Il miracolo economico e la spinta verso il futuro resero il passato un argomento scomodo, lasciando irrisolte molte ferite morali. Tuttavia, i movimenti giovanili degli anni Sessanta e la produzione cinematografica successiva, proprio come in Heimat 2, hanno riaperto quel confronto, proponendo una riflessione collettiva sulla colpa e sulla memoria. Il relatore ha concluso ricordando che la rielaborazione del passato non è mai definitiva: ancora oggi, in Germania, emergono tendenze revisioniste che interrogano la memoria dell’Olocausto e la responsabilità storica del paese.
La seconda parte del seminario, condotta dalla Prof.ssa Luciana Bramati, ha spostato lo sguardo verso la Repubblica Democratica Tedesca e il sistema di controllo della Stasi, analizzando il rapporto tra memoria e illusione socialista attraverso il cinema e la letteratura. Ha avviato la sua discussione partendo dal film Good bye Lenin! (2003) di Wolfgang Becker, simbolo della cosiddetta “Ostalgie”, quella nostalgia per la vita nell’est ormai scomparsa. Attraverso la vicenda di una famiglia che finge di mantenere intatta la DDR per non turbare la madre malata, il film racconta con ironia e malinconia la fine di un mondo ideale e mai realizzato. L’ascesa di Gorbaciov e le riforme “Glasnost” e “Perestroika” fanno da sfondo al crollo del Muro e delle illusioni: il socialismo, ha spiegato la docente, porta con sé un’ambivalenza profonda – aspirazione alla giustizia sociale e, al tempo stesso, negazione della libertà individuale.
Accanto al film di Becker, la relatrice ha analizzato Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel Von Donnersmarck, che mostra il controllo capillare della Stasi sugli artisti e intellettuali. La figura del capitano Wiesler, spia che si trasforma da persecutore a protettore del suo “sorvegliato”, diventa emblema della possibilità di redenzione e di una presa di coscienza morale all’interno del sistema. La riflessione si è poi ampliata con il riferimento all’opera letteraria Trama d’infanzia (1976) e al romanzo Ciò che resta (1990) di Christa Wolf, autrice che ha vissuto in prima persona il dilemma di chi credeva nel socialismo ma ne denunciava le derive autoritarie. Le sue opere, ha osservato la Prof.ssa Bramati, mostrano il disagio intellettuale critico in un regime che controllava il pensiero e puniva il dissenso.
Negli interventi dei due relatori è emerso che in entrambe le realtà, della Germania ovest ed est, il cinema e la letteratura hanno avuto un ruolo fondamentale nel restituire complessità alla storia, mostrando come la memoria non sia mai un blocco unitario, ma un tessuto in continua trasformazione.
Immagine di copertina
Bacio fraterno o mortal kiss, di Dimitri Vrubel, conservato nella East Side Gallery. Raffigura il bacio tra il leader sovietico Leonid Breznev e della Germania est Eric Honecker. Murale realizzato nel 1990 e basato su foto del 1979.
Cinema e Storia 2025 – 2026 Arti e Storiografia è un progetto di formazione per docenti aperto anche alla Cittadinanza, sviluppato dalla Società Umanitaria in collaborazione con Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, IRIS, Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea – ETS, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. L’iniziativa è patrocinata dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” e si svolge nell’ambito del Progetto Milanosifastoria, promosso da Comune di Milano e Rete Milanosifastoria.
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