La rinascita italiana tra dopoguerra e anni ’60

Cinema, letteratura e memoria

Cinema e Storia 2025 – 2026

Un viaggio tra storia, cinema e letteratura per comprendere l’Italia del II dopoguerra, un Paese attraversato da macerie materiali e morali, ma anche da un’inesauribile voglia di riscatto. È questo il filo conduttore del III seminario di Cinema e Storia 2025 – 2026, dedicato al periodo che va dal 1945 agli anni Sessanta, un arco temporale segnato dalla ricostruzione, dalle prime speranze democratiche e dalle nuove disuguaglianze prodotte dal neocapitalismo. Il percorso, articolato tra interventi storici, letterari e cinematografici, ha offerto una riflessione corale sull’Italia che cambia, osservata attraverso gli occhi degli scrittori, dei poeti e dei registi che ne hanno raccontato le contraddizioni più profonde.

Il seminario è iniziato con un’analisi del Prof. Maurizio Gusso dedicata a Franco Fortini – poeta, saggista e intellettuale militante che ha attraversato con lucidità critica gli anni più densi del secondo dopoguerra italiano. Tramite i saggi presenti nella raccolta Dieci inverni (1947 – 1957) e opere come Una volta per sempre (1963) Fortini affronta temi come la Guerra Fredda, la repressione sovietica in Ungheria e il difficile ruolo dell’intellettuale nella società post-bellica. È stato evidenziato come la forza di Fortini risieda nella sua capacità di tenere vivo il dubbio, di non ridurre l’impegno politico a dogma, ma di cercare un’etica della responsabilità dentro la storia. In un’epoca segnata dall’omologazione neocapitalistica, la sua voce rimane un richiamo alla necessità di un’alternativa radicale, di comunità capaci di resistere alla logica del consumo e di restituire senso e solidarietà alla vita collettiva.

 I treni della felicità
 I treni della felicità

Il Prof. Simone Campanozzi ha poi riportato l’attenzione su una delle pagine più toccanti della ricostruzione: quella dei Treni della felicità. Tra il 1945 e il 1948, decine di migliaia di bambini del Sud Italia – affamati, spesso orfani o in condizioni disperate – vennero ospitati da famiglie del Centro e soprattutto del Nord Italia, grazie all’iniziativa dell’Unione Donne Italiane (UDI). Un’esperienza di accoglienza che coinvolse circa 100 mila tra bambine e bambini, simbolo di un’Italia che tentava di ricucire le proprie fratture sociali e geografiche attraverso la solidarietà. Il relatore ha poi tracciato un parallelo con altre esperienze internazionali di soccorso ai bambini nei periodi post-bellici, ricordando anche la figura di Eglantyne Jebb, fondatrice di Save the children, e gli aiuti portati ai viennesi alla fine della Grande Guerra. In questa cornice si inserisce il romanzo Il treno dei bambini, di Viola Ardone, da cui Campanozzi ha tratto spunto per riflettere sulle disuguaglianze e sull’infanzia negata nel Mezzogiorno nell’immediato secondo dopoguerra. Tramite la storia del piccolo Amerigo, un bambino napoletano che viaggia verso il nord per sfuggire alla miseria, il romanzo racconta il dolore dello sradicamento, ma anche la possibilità di un incontro tra le due Italie: un sud che faticherà a lungo per rialzarsi dalla miseria, come attestato dall’inesorabile fenomeno dell’emigrazione di massa, e un nord che mostrava maggiori capacità di ripartire economicamente, sia nelle realtà rurali sia in quelle industriali.

Questo libro, insieme alla sua versione cinematografica diretta da Cristina Comencini (disponibile su Netflix), offre oggi la possibilità di far conoscere alle nuove generazioni una vicenda troppo spesso dimenticata, ma centrale nella costruzione di un sentimento di solidarietà nazionale.

Il seminario ha poi affrontato uno dei nodi più drammatici della storia italiana: la condizione dei braccianti e le loro lotte per il lavoro e la dignità. Campanozzi ha ricordato gli scioperi contadini degli anni ’50, spesso repressi con la violenza, citando in particolare i fatti della Piana di Sciara, feudo della contessa di Notarbartolo, terminati tragicamente con diversi arresti e una vittima. Molto intensa la rievocazione della figura di Salvatore Carnevale, sindacalista e leader contadino ucciso nel 1955 per mano mafiosa, simbolo di un Sud che non voleva più piegarsi. La sua vicenda è al centro del film Un uomo da bruciare (1962) dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini, interpretato da un giovane Gian Maria Volonté. Il relatore ha concluso sottolineando il coraggio di figure di spicco, come la madre di Carnevale, Francesca Serio, la prima donna a denunciare pubblicamente la mafia in un’aula di tribunale. Un gesto che inaugurò un nuovo modo di opporsi al potere criminale e dare voce alla giustizia popolare.

La Prof.ssa Giorgia Giusti ha poi proseguito il percorso guidando i fruitori dell’incontro nell’universo poetico di Anna Maria Ortese, autrice capace come poche di raccontare la fragilità e le contraddizioni dell’Italia del dopoguerra. I racconti scelti, Un paio d’occhiali e Lo sgombero, entrambi tratti dalla raccolta Il mare non bagna Napoli (1953), hanno offerto due prospettive complementari su una città e un Paese in cerca di riscatto, ma ancora intrappolati nella miseria e nella disillusione. Nel primo racconto, la piccola Eugenia, una bambina napoletana povera e miope, riceve finalmente un paio di occhiali che le consentono di vedere il mondo con chiarezza. Quella che avrebbe dovuto essere una scoperta meravigliosa si trasforma però in un’esperienza sconvolgente: la realtà che le appare davanti agli occhi è troppo dura, troppo spoglia, priva di quella bellezza sognata che le illusioni infantili le avevano promesso.

Il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini onora la lapide di Salvatore Carnevale.
Il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini onora la lapide di Salvatore Carnevale.

La visione del reale diviene allora un atto doloroso, quasi una condanna, e il suo gesto di rigetto è simbolo di un’intera condizione umana. Con Lo sgombero, l’Ortese amplia quello sguardo pietoso e inquieto, portandolo nelle strade di una Napoli ancora ferita dalla guerra. Qui il racconto si concentra sul dramma degli sfrattati, famiglie costrette a lasciare i loro alloggi fatiscenti, trascinando con sé miseria, vergogna e impotenza. Dalle sue pagine traspare la disperazione di chi viene espulso non solo da una casa, ma da un’idea di appartenenza e dignità. Con la sua prosa intensa, Anna Maria Ortese descrive l’abisso di solitudine e la disgregazione che accompagna la miseria urbana, offrendo un ritratto di una città che rivela la contraddizione in cui il desiderio di riscatto convive con la consapevolezza della sconfitta.

In un tempo in cui la memoria storica sembra affievolirsi, il seminario ha ricordato che la storia non è mai soltanto passato, ma uno strumento per leggere il presente. Le voci di Fortini e Ortese, e quella contemporanea di Ardone, si intrecciano con quelle dei tanti protagonisti silenziosi del dopoguerra – donne, cittadini, bambini – continuando a parlarci di dignità, solidarietà e libertà. E, forse, a insegnarci ancora oggi cosa significhi davvero “ricostruire” un paese.

Cinema e Storia 2025 – 2026 Arti e Storiografia è un progetto di formazione per docenti aperto anche alla Cittadinanza, sviluppato dalla Società Umanitaria in collaborazione con Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, IRIS, Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea – ETS, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. L’iniziativa è patrocinata dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” e si svolge nell’ambito del Progetto Milanosifastoria, promosso da Comune di Milano e Rete Milanosifastoria.

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