Diritto alla salute mentale

La Legge Basaglia e i manicomi

Franco Basaglia

In Italia, la Legge Basaglia del 1978 sancì un punto di svolta per la promozione del diritto alla salute mentale: il trattamento dei disturbi psichici venne regolamentato e i manicomi furono chiusi abrogando la Legge del 14 febbraio 1904, n. 36, concernente le Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. La riforma prevedeva che tali istituti fossero sostituiti da strutture ospedaliere psichiatriche specialistiche, fondate su principi di cura e assistenza del malato. In questa maniera ai pazienti psichiatrici sarebbero stati restituiti dignità, rispetto e umanità, dopo anni di emarginazione sociale e di violazione dei diritti umani fondamentali.
I manicomi erano stati infatti concepiti come centri di cura della “pazzia”, come si evince dall’etimologia della parola (dal greco manìa, “pazzia”, e koméō, “curo”), termine che riflette una visione poco rispettosa e poco consapevole dell’infermità mentale.
Questi istituti manicomiali, oggi abbandonati e fatiscenti, un tempo erano luoghi reali di dolore e isolamento. Le loro mura, ancora intrise di sofferenza, raccontano in silenzio innumerevoli storie di emarginazione e fragilità umana. Talvolta l’ignoranza non si limitava all’emarginazione dei ricoverati, trattati come rifiuti della società, ma si manifestava anche attraverso pratiche “terapeutiche” al limite della tortura: sedie rotanti, usate per far girare rapidamente il paziente fino a provocargli stordimento o addirittura svenimento; docce al capo e bagni freddi, con getti o immersioni in acqua gelida per “ammansire” i pazienti; oppure gli shock improvvisi, basati su stimoli violenti nel tentativo di “riportare alla ragione” i ricoverati.

Tutto ciò avveniva in gran parte per la mancata consapevolezza, da parte del personale, di avere a che fare con persone malate e bisognose di cura, non di punizione.
I manicomi rappresentano dunque una pagina buia della storia italiana (e non solo): luoghi in cui la malattia veniva trattata come colpa e pericolo, anziché come condizione clinica e umana.

Il concetto di salute mentale, tra storia e medicina

I pazienti psichiatrici venivano quindi ritenuti degli errori della natura o addirittura elementi di disturbo per la società. Alla base di questo pensiero diffuso fino al secolo scorso, troviamo un intreccio di fattori culturali, storici e scientifici. Infatti la psichiatria moderna, prima di emanciparsi dalle credenze popolari, ha attraversato secoli di pratiche illogiche e tentativi rischiosi, spesso con esiti drammatici. Inoltre l’ignoranza in ambito medico e scientifico era accompagnata dallo stigma verso la malattia mentale e dalla paura della devianza, elementi dai quali nacque la pressione sociale per nascondere i malati nei manicomi.
È importante a questo punto fare un’analisi dell’evoluzione del pensiero umano in merito al tema della salute mentale. Il problema in principio parte dall’esigenza di dare una spiegazione a fenomeni che apparentemente non hanno una causa evidente. Gli Antichi di fronte alla manifestazione di un disturbo psichico, ignorando la possibilità che la base della patologia fosse fisio-neurologica, attribuivano la causa ad entità magiche o addirittura demoniache. Infatti pratiche molto diffuse erano la craniotomia e il salasso: la prima corrisponde ad un intervento che si effettuava praticando un foro nel cranio, così da permettere la fuoriuscita di presunte presenze maligne; la seconda invece, effettuata con sanguisughe o mediante incisioni delle vene, serviva a ristabilire la salute secondo la “teoria degli umori”. Questa teoria ha dominato la medicina fino all’età moderna: secondo questa visione la salute fisica e mentale dipendono dall’equilibrio tra quattro fluidi corporei (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) a seconda dell’età e della stagione. Ogni malattia mentale o fisica era interpretata dunque come uno squilibrio di questi elementi, l’armonia veniva dunque ripristinata appunto tramite craniotomia e salasso, liberando il corpo da influenze nocive che potessero causare il disturbo psico-fisico.
Allora non esisteva alcun diritto alla salute mentale: la realtà era piuttosto dominata da una dicotomia tra ciò che veniva considerato normale e ciò che era ritenuto anormale. Dunque è proprio l’esigenza di definire ciò che è normale o meno, giusto o sbagliato, buono o cattivo che trasformò i malati mentali in reietti della società.
Ancora oggi comprendere la complessità della mente umana, rappresenta una delle sfide più grandi della scienza medica. Solo in tempi recenti la cura dei disturbi psichiatrici ha posto al centro la salute e il benessere del paziente, piuttosto che il tentativo di renderlo “normale”. La terapia coercitiva è la medesima che ha condotto all’istituzione dei manicomi (con la convinzione che l’isolamento potesse curare la patologia), alla frequente pratica dei salassi e altre torture fisiche e mentali. In particolare nella prima metà del Novecento si diffuse la lobotomia, intervento chirurgico praticato sui pazienti psichiatrici per renderli più “docili”, ma che in realtà comportava una profonda compromissione delle facoltà cognitive ed emotive.
Così nel tentativo di correggere un’anima ritenuta ormai corrotta, la si estirpava completamente, riducendo il corpo ad un involucro vuoto, capace solo delle funzioni vegetative.

Philippe Pinel ed il traitement moral

Il movimento riformista, che si poneva come obiettivo quello di liberare gli infermi mentali dalle loro catene, caldeggiava la creazione di istituzioni alternative fondate su una diversa filosofia, opposta a quella coercitiva e custodialistica che si era affermata. A Philippe Pinel (1745-1826) viene attribuita la prima “rottura delle catene”, convinto che questi ammalati dovessero essere curati con un approccio umano, cercando di recuperare le loro emozioni e capacità intellettive; il trattamento doveva infatti essere diretto alla psicologia dell’individuo. Pinel, attraverso il suo traitement moral, pose le basi per una nuova visione della cura psichiatrica, accendendo un barlume di speranza verso il riconoscimento del diritto alla salute mentale, restituendo dignità ed umanità al paziente psichiatrico.
Tuttavia, gli ideali umanitari di Pinel rimasero in gran parte inascoltati, la sua terapia morale infatti non riuscì a radicarsi nella prassi medica e sociale del tempo. Inoltre i manicomi nel corso dell’Ottocento addirittura si moltiplicarono, affermandosi come strumenti di controllo e segregazione piuttosto che di cura.
Dunque la trasformazione del sistema di cura dei pazienti psichiatrici si è sviluppata nel corso di altri numerosi decenni, seguendo percorsi graduali e variabili a seconda dei contesti nazionali.

Sigmund Freud e la rivoluzione psicoanalitica

Nell’Ottocento la medicina ufficiale si muoveva in un orizzonte teorico di tipo positivistico e materialistico, interpretando i disturbi della personalità prevalentemente in chiave somatica. Di conseguenza gli stati psiconevrotici ai quali non corrispondeva una lesione organica evidente erano spesso trascurati o non presi sul serio. Un’eccezione significativa fu l’interesse per l’isteria, che catturò l’attenzione di medici come Jean-Martin Charcot (1825-1893), il primo a utilizzare l’ipnosi come metodo terapeutico, e Josef Breuer (1842-1925), con il quale Freud (1856-1939) mise a punto il “metodo catartico”, consistente nel provocare una scarica emotiva tramite l’ipnosi per liberare il malato dai suoi disturbi.
Freud proseguì poi i suoi studi autonomamente, approfondendo l’eziologia dell’isteria e scoprendo che le psiconevrosi derivavano da conflitti tra forze psichiche inconsce. Fu proprio la scoperta dell’inconscio a segnare la nascita della psicoanalisi, inaugurando un approccio che considerava il paziente non come un oggetto passivo da correggere ma come un soggetto attivo, portatore di una psiche complessa e dotato di una propria storia e interiorità.
Seppur con modalità differenti rispetto a Philippe Pinel, il lavoro di Sigmund Freud sulla psiche umana contribuì a restituire dignità ai pazienti psichiatrici, promuovendo una comprensione della patologia che tenesse conto dell’individuo nella sua interezza, nel rispetto della sua storia personale e con attenzione alle sue emozioni, ai suoi ricordi e processi cognitivi.

Franco Basaglia, dal pensiero positivista a quello fenomenologico

Fu anche Franco Basaglia (1924-1980), neurologo e psichiatra, e principale ispiratore della legge del 1978, a distaccarsi dalla psichiatria positivista dell’Ottocento e del primo Novecento, che tendeva a interpretare i disturbi mentali principalmente secondo una visione esclusivamente organica e biologica. Similmente a quanto avvenne con Freud, Basaglia si avvicinò a una prospettiva fenomenologica del paziente, che non si limitava a riconoscere un problema neurologico o clinico, ma poneva al centro l’esperienza soggettiva della persona.
Infatti la fenomenologia psichiatrica, ispirata dalla filosofia di Edmund Husserl e Karl Jaspers, rappresenta non solo un metodo teorico, ma anche uno strumento etico e clinico, che, dando valenza alla dimensione interpersonale, guida il medico a riconoscere la complessità della mente umana e a trattare il paziente con dignità, rispetto e centralità.
Basaglia, influenzato anche dalle riflessioni e dagli ideali di Pinel, mise in pratica questa visione con riforme concrete: l’abolizione dei manicomi e la costruzione di strutture psichiatriche volte alla cura e alla reintegrazione sociale.

di Sabrina Maiella

Bibliografia

  • Abbagnano, N., Fornero, G., La ricerca del pensiero, Paravia, 2012.
  • Armocida, G., Bruno, Z., Storia della medicina, Elsevier, 2002.
  • Porter, R., Breve ma veridica storia della medicina occidentale, Carocci, 2011.

Sitografia

L’articolo è scritto da un membro dell’Associazione ADU (Ambasciatori dei Diritti Umani), contribuendo alla riflessione sul tema del Concorso “Ambasciatori dei Diritti Umani 2025/2026”, dedicato al diritto al benessere mentale dei giovani e al ruolo della società.