Dalla Primavera di Praga alla Rivoluzione di Velluto: l’arte come voce del dissenso nella Cecoslovacchia comunista

Cinema e Storia 2025 – 2026

Dalla “Primavera di Praga” del 1968 alla stesura della “Charta ‘77”, fino alla Rivoluzione di Velluto” del 1989, la Cecoslovacchia ha rappresentato un laboratorio di idee e di strenui tentativi di democratizzare un sistema ideologicamente chiuso, un Moloch ateo e materialista e, al tempo stesso, intriso di fede collettiva, che anteponeva la vita dello Stato e del Partito a quella del cittadino e della persona umana.

Folla di dimostranti che circondano alcuni carri armati sovietici durante i primi giorni dell’invasione


Attraverso una serie di interventi storici, letterari e cinematografici, i partecipanti sono stati accompagnati a scoprire un paese che ha vissuto una continua tensione tra il desiderio di cambiamento e il peso della repressione. Il Prof. Simone Campanozzi ha aperto il seminario con una panoramica storica che ha affrontato la svolta comunista del 1948, quando la Cecoslovacchia divenne parte integrante del blocco sovietico, perdendo la possibilità di intraprendere un cammino democratico e libertario. Nel suo intervento, ha ripercorso le principali tappe di quel periodo: dall’instaurazione del regime comunista e dalle prime tensioni interne, fino al 1968, quando la Primavera di Praga cercò di spingere il paese verso una riforma politica e una maggiore libertà sociale, con Alexander Dubcek al comando del Partito Comunista, impegnato nella creazione di un “socialismo con volto umano”, tentativo di combinare i valori socialisti con un maggiore rispetto delle libertà individuali e collettive. Tuttavia, la speranza di un cambiamento, fu brutalmente spezzata dall’invasione sovietica, che il 20 agosto 1968 – tra lo sconcerto generale – stroncò ogni possibilità di riforma.

Molti cittadini reagirono con forme di resistenza civile, spontanee e non violente. Nella città si improvvisarono blocchi stradali e barricate con tram, autobus e automobili: vennero rimossi o invertiti i cartelli stradali per disorientare le truppe; sui muri comparvero slogan e scritte, tra cui una domanda, semplice e autentica: “perché siete qui?”. Accanto ai tentativi di dialogo con i soldati, si svilupparono anche gesti di resistenza morale e disobbedienza quotidiana. A questa prima reazione diffusa seguirono, nei mesi successivi, proteste sempre più radicali, tra cui il gesto estremo di Jan Palach, il giovane studente che si diede fuoco in Piazza San Venceslao per denunciare l’occupazione e l’assenza di libertà. Questo atto simbolico, simile a quello compiuto da Thich Quang Duc nel giungo del ’63 a Saigon, in Vietnam, ha incarnato la determinazione di un popolo che non si è mai arreso, nemmeno di fronte all’aggressività di un regime totalitario.

Dopo la repressione del 1968, il dissenso in Cecoslovacchia assunse nuove forme, spostandosi dal piano delle proteste di piazza a quello della denuncia civile e della rivendicazione giuridica. Nel 1977 nacque la “Charta ‘77”, iniziativa promossa da un gruppo di intellettuali, artisti e cittadini comuni per chiedere al regime il rispetto degli impegni assunti con la firma dell’Atto finale di Helsinki del 1975, che prevedeva la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali. A innescare la protesta fu una condanna di alcuni membri del gruppo rock underground The Plastic People of the Universe, arrestati per “comportamento antisocialista” e divenuti simbolo della repressione culturale. Il documento, redatto in forma di appello civile, denunciava il divario tra gli obblighi sottoscritti a livello internazionale e la realtà interna del Paese, richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica su violazioni sistematiche dei diritti. Tra i primi firmatari figuravano Václav Havel, Ludvík Vaculík, il filosofo Jan Patočka, il poeta Jaroslav Seifert (futuro premio Nobel per la letteratura) e lo scrittore Pavel Kohout: voci diverse ma unite dalla volontà di affermare la dignità della persona contro l’arbitrio del potere. Al centro dell’esposizione, la figura di Václav Havel, con particolare attenzione alla sua idea di opposizione al regime, intesa non semplicemente come gesto politico, ma come forma di resistenza morale ed etica contro la menzogna e la repressione. Protagonista di quella stagione di impegno civile, Havel divenne presidente della Cecoslovacchia nel 1989, incarnando il sogno di un paese libero dalla dittatura.

Immancabile l’affondo dedicato a uno dei più grandi e noti scrittori cecoslovacchi, Milan Kundera, sviluppato attraverso due opere emblematiche della sua produzione. Nel romanzo Lo scherzo, la storia del protagonista Ludwig, espulso dall’università nel 1950 per un’innocente ironia a sfondo politico, diventa metafora della società cecoslovacca stalinista, in cui ogni minima dissonanza rispetto alla linea del Partito poteva condurre alla rovina personale e sociale. La riflessione ha messo in luce come, in un contesto dominato dalla menzogna, la verità assuma un valore esistenziale, e come ogni gesto di ribellione, per quanto lieve, fosse destinato a fallire o a essere travisato. Accanto a questa lettura, è stato analizzato il film L’insostenibile leggerezza dell’essere di Philip Kaufman, tratto dall’omonimo e celebre romanzo della maturità di Kundera: un’opera che, intrecciando biografia, politica e filosofia, esplora la tensione tra scelta individuale e responsabilità collettiva nella Cecoslovacchia della Primavera di Praga.

A seguire, la Prof.ssa Bramati ha proseguito il seminario con una riflessione sul cinema cecoslovacco, un aspetto fondamentale della cultura di resistenza del paese. Ha concentrato l’attenzione sulla Nuova Onda cecoslovacca, un movimento cinematografico che si sviluppò negli anni Sessanta, e che riuscì, nonostante l’asfissiante controllo del regime, a proporsi come una forma di espressione indipendente e critica. Questo movimento si distinse per l’uso innovativo del montaggio associativo e per la capacità di fondere l’avanguardia visiva con una forte critica sociale, spesso veicolata attraverso un’ironia grottesca e paradossale, che permetteva di smascherare le contraddizioni del sistema senza ricorrere a una denuncia diretta. Registi come Miloš Forman e Jiří Menzel realizzarono film che riflettevano le tensioni e le assurdità della Cecoslovacchia di quegli anni, proponendo una visione del mondo che cozzava con la rigidità ideologica del realismo socialista.
L’uso del grottesco e del tragicomico divenne uno strumento fondamentale per raccontare l’alienazione dell’individuo, l’ipocrisia del potere e l’oppressione trasformando situazioni apparentemente quotidiane in potenti allegorie politiche. In questo quadro, la Prof.ssa Bramati ha approfondito l’analisi di alcune opere emblematiche capaci di sintetizzare in modo esemplare il rapporto tra creazione artistica, censura e dissenso. Al centro dell’attenzione è stato posto il film Le margheritine (Sedmikrásky, 1966) di Věra Chytilová, una delle opere più radicali e provocatorie della Nuova Onda cecoslovacca.
Attraverso la figura di due giovani protagoniste che mettono in scena un comportamento surreale e anarchico, giocoso e distruttivo, il film smaschera l’ipocrisia morale e l’autoritarismo del sistema, utilizzando un linguaggio visivo frammentato, sperimentale e deliberatamente irriverente.

Proprio per il suo carattere sovversivo e per la critica implicita all’ordine costituito, il film della Chytilová fu censurato e ritirato dalla circolazione, diventando simbolo di un cinema che rifiutava ogni forma di disciplinamento ideologico. Accanto al cinema, è stato dato ampio spazio anche all’animazione, considerata una delle forme più sottili e potenti di resistenza culturale. In particolare, è stato analizzato La mano (Ruka 1965) di Jiří Trnka, autentico capolavoro dell’animazione cecoslovacca e straordinaria allegoria della condizione dell’artista sotto un regime totalitario. Nel cortometraggio, una misteriosa mano autoritaria costringe un umile scultore a piegare la propria creatività ai dettami del potere, fino a distruggerne la libertà e, infine, la vita stessa. L’opera si configura come una vera e propria apologia della libertà artistica e come una denuncia esplicita della violenza esercitata dallo Stato sull’individuo; non a caso, il film fu immediatamente proibito e Trnka subì pesanti pressioni politiche. A completamento del percorso, Bramati ha proposto l’analisi di Una gallina dipinta male (1963) di Jiří Brdečka, cortometraggio animato che, attraverso un umorismo surreale e apparentemente leggero, riflette sul conformismo e sull’imposizione di modelli estetici e ideologici dall’alto.

Frame estratto dal cortometraggio d’animazione La mano (1965) di Jiří Brdečka.
La mano, allegoria del potere autoritario, controlla, impone e soffoca la libertà individuale e artistica.

L’ambientazione è quella di una scuola, in cui un disegno di gallina realizzato in modo non convenzionale diventa oggetto di giudizio e di stigmatizzazione. Tramite questa situazione apparentemente semplice, il cortometraggio riflette sul meccanismo dell’imposizione di modelli estetici e cognitivi rigidi, mostrando come ciò che non rientra nei canoni prestabiliti venga automaticamente bollato come sbagliato. L’animazione si trasforma così in una sottile allegoria del conformismo ideologico, denunciando la violenza simbolica esercitata da un sistema educativo e culturale che soffoca la creatività individuale e la libertà di espressione fin dalle sue forme più elementari.

Il cinema e la letteratura sono stati così strumenti vitali per mantenere intatta la memoria di un popolo che non ha mai rinunciato e smesso di lottare per la libertà, anche quando le circostanze sembravano segnare una sconfitta definitiva.

Cinema e Storia 2025 – 2026 Arti e Storiografia è un progetto di formazione per docenti aperto anche alla Cittadinanza, sviluppato dalla Società Umanitaria in collaborazione con Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, IRIS, Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea – ETS, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. L’iniziativa è patrocinata dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” e si svolge nell’ambito del Progetto Milanosifastoria, promosso da Comune di Milano e Rete Milanosifastoria.

Foto di copertina: Manifestazione durante la Primavera di Praga. Foto di Carlo Leidi conservata in copia presso l’Archivio fotografico dell’Isrec Bergamo – ETS.

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