Il cinema, la poesia e il linguaggio d’animazione consentono di cogliere alcune dimensioni cruciali dei processi di transizione democratica che hanno attraversato l’Europa dopo il 1945, soprattutto nei contesti segnati dall’esperienza dei regimi del socialismo reale, dove le forme culturali hanno rappresentato uno spazio importante di riflessione critica sul potere, sulla memoria e sull’individuo. A partire da questa impostazione, uno degli incontri del ciclo di seminari Cinema e Storia, dedicati quest’anno ai Processi di democratizzazione in Europa nel secondo dopoguerra, è stato incentrato sul caso polacco, considerandolo un osservatorio privilegiato delle dinamiche di potere nell’Europa della Cortina di Ferro e dei percorsi di formazione di una consapevolezza democratica.
In questo quadro si sono inseriti due interventi complementari, che hanno messo in dialogo linguaggi e strumenti diversi per ricostruire criticamente la storia recente della Polonia. Il Prof. Maurizio Gusso ha concentrato il suo contributo su un’opera di Andrzej Wajda, spiegando perché, all’interno della ricchissima cinematografia polacca del secondo dopoguerra, sia particolarmente significativo privilegiare questo autore rispetto ad altri registi e registe: Wajda è infatti colui che, con maggiore continuità, ha interrogato il rapporto fra storia nazionale, autoritarismo e possibilità della democrazia, facendo del cinema un luogo di confronto diretto con i nodi irrisolti del passato polacco. Attraverso film come Pokolenie (Generazione), Popiół i diament (Cenere e diamanti) e Krajobraz po bitwie (Paesaggio dopo la battaglia), Wajda ha mostrato come il dopoguerra e la costruzione del regime socialista non siano stati un percorso lineare di emancipazione, ma un processo segnato da violenze e illusioni. Questa attenzione alla storia, ha sottolineato il Prof. Gusso, è anche profondamente legata alla sua biografia: la morte del padre del regista nel massacro di Katyn’ ha reso centrale nelle sue opere il tema della menzogna di Stato e della rimozione della memoria, condizioni incompatibili con qualsiasi autentico processo di democratizzazione. Il massacro della foresta di Katyn’ ebbe luogo tra il 3 aprile e il 19 maggio 1940, durante il quale furono fucilati circa 22 mila tra ufficiali e prigionieri di guerra polacchi. Gli autori di questa atrocità furono i sovietici, che compirono l’esecuzione in maniera sistematica e clandestina, tentando poi di nascondere le proprie responsabilità storiche. Questo crimine di guerra, rimasto a lungo coperto da una fitta cortina di silenzio e menzogna, divenne simbolo della manipolazione della memoria storica, un tema che il regista ha affrontato come parte del suo impegno contro l’oppressione e la falsificazione della verità.

In questo contesto si colloca Człowiek z marmuru (L’uomo di marmo, 1977), film su cui si è concentrata l’analisi di una parte del seminario, definito un capolavoro capace di attraversare il periodo compreso fra il culmine dello stalinismo sotto Bolesław Beirut e le speranze e le successive disillusioni legate alle leadership di Gomułka e Gierek. Attraverso le vicende della studentessa di cinema Agnieszka che, nel 1976, ricostruisce la storia dell’ex eroe del lavoro Mateusz Birkut, il film smonta i meccanismi della propaganda socialista e mostra come il potere costruisca i propri miti per poi distruggerli quando diventano scomodi. Birkut, ispirato al reale eroe stakanovista Piotr Ożański e alla mitizzazione del lavoro legata alla costruzione di Nowa Huta, incarna l’illusione di una partecipazione popolare al progetto socialista, che viene annientata non appena l’individuo rivendica dignità e autonomia, in un contesto come quello di Nowa Huta, letteralmente ‘Nuove Acciaierie’, un quartiere industriale di Cracovia progettato per simboleggiare il progresso e la forza del regime.
Nel confronto tra Birkut e Agnieszka emerge una frattura storica: Birkut appartiene alla generazione che ha creduto nel progetto socialista alle sue origini, quando il lavoro e l’impegno individuale sembravano poter contribuire alla costruzione di una società più giusta. Il suo idealismo viene però strumentalizzato dal potere stalinista, che lo trasforma in un simbolo propagandistico e lo elimina appena egli rivendica autonomia e libertà. Agnieszka, invece, appartiene alla generazione successiva, cresciuta in un contesto apparentemente più aperto, ma ancora segnato dal controllo politico, dal revisionismo storico e dalla manipolazione della memoria. Il suo lavoro di ricerca non è solo un’indagine biografica, ma il tentativo di recuperare un passato che il potere ha volutamente cancellato. In questo senso, il rapporto tra i due personaggi diventa emblematico e indicativo della difficoltà, tipica dei regimi totalitari, di trasmettere l’esperienza storica da una generazione all’altra: ciò che non può essere ricordato né discusso pubblicamente non può nemmeno diventare base per un cambiamento politico.
Secondo l’interpretazione del Prof. Gusso, la trasformazione democratica può avvenire solo quando le nuove generazioni, come quella di Agnieszka, si assumono il compito di riaprire i conti con il passato, riportando alla luce storie rimosse e mettendo in discussione le narrazioni ufficiali. Il confronto fra Beirkut e Agnieszka non è quindi solo un rapporto tra due individui, ma una metafora del passaggio – incompleto e conflittuale – da un sistema fondato sulla mitizzazione e sulla censura, a uno spazio pubblico potenzialmente più aperto, condizione indispensabile per la democratizzazione. La lunga gestazione del film, bloccato per oltre un decennio dalla censura e realizzato solo grazie a un compromesso politico, così come la sua fruizione, segnata da tentativi governativi di limitarne la diffusione nonostante il grande successo di pubblico, sono parte integrante del suo significato storico e confermano il ruolo del cinema come spazio pubblico alternativo in un contesto autoritario.
Il Prof. Gusso ha infine concluso il suo intervento soffermandosi su un altro film significativo di Wajda, L’uomo di ferro (1981), che segna una prosecuzione naturale e un’evoluzione della riflessione iniziata con L’uomo di marmo. In questo secondo film, Wajda non solo amplifica le tematiche già esplorate, ma le inserisce in un contesto storico decisamente più vivo e conflittuale, quello della Polonia degli anni Settanta e inizio Ottanta, caratterizzato dalle tensioni politiche e dalla nascita del movimento Solidarność, il Sindacato autonomo dei lavoratori “Solidarietà”, fondato in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e guidato inizialmente da Lech Wałęsa, premio Nobel per la pace nel 1983 e Presidente della Repubblica di Polonia dal 1990 al 1995. Mentre nell’Uomo di marmo viene esplorata la generazione del dopoguerra e il conflitto tra la memoria e la manipolazione storica, ne L ’uomo di ferro, il regista porta il discorso sul piano della lotta politica concreta, incarnata proprio dal movimento sindacale Solidarność. Come è stato sottolineato, questo passaggio rappresenta un allargamento della visione, in cui la memoria storica non è più solo una riflessione intellettuale, ma diventa un motore di cambiamento e un atto di resistenza politica.
A queste prospettive cinematografiche, la Prof.ssa Giorgia Giusti ha affiancato un’analisi che ha ampliato lo sguardo alla poesia e al cinema d’animazione, mettendo in luce come altri linguaggi altrettanto efficaci, possano articolare una critica al potere. Attraverso queste forme espressive, è emerso come i processi di democratizzazione si costruiscano anche sul piano del linguaggio e dell’immaginazione, intesi come spazi di elaborazione simbolica e di resistenza culturale.
L’intervento ci ha condotto all’analisi di Progetto un mondo di Wislawa Szymborska, celebre poetessa polacca e vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. La poesia, pubblicata nel 1957 nella raccolta Appello allo Yeti, che segna il suo distacco dal realismo socialista, tanto da essere considerato il suo secondo esordio, è stata scritta nel contesto dell’Ottobre polacco, noto anche come disgelo di Gomułka: una fase di liberalizzazione solo temporanea e in larga parte illusoria, inserita nel più ampio processo di destalinizzazione, che lasciò presto spazio a un nuovo irrigidimento del regime. Attraverso l’immaginazione di un mondo costruito secondo principi razionali e ordinati, Szymborska mette in luce, per contrasto, il carattere artificiale e disumanizzante delle utopie politiche realizzate, suggerendo come ogni sistema che pretenda di pianificare integralmente la realtà finisca per cancellare la complessità dell’esperienza umana e ostacolare un’autentica democratizzazione del pensiero.
A questo testo, la Prof.ssa Giusti ha aggiunto Un parere sulla pornografia, poesia pubblicata nel 1986 in Gente sul ponte, in cui l’ironia smaschera l’ipocrisia morale del potere che condanna ciò che è considerato scandaloso mentre normalizza la censura, la propaganda e la violenza, mostrando come la libertà della parola e dei corpi sia una dimensione centrale nei processi democratici.

Dal linguaggio poetico si è passati poi al cinema d’animazione, con Fotel (Poltrona, 1963) di Daniel Szczechura. Il cortometraggio è ambientato in una sala congressi in cui sta per avere inizio un’assemblea. I relatori – plausibilmente politici o, più in generale, figure che incarnano allegoricamente il potere – salgono sul palco, ma una sedia resta vuota. Su indicazione dei relatori stessi, vengono additate alcune persone tra il pubblico, individui tutti uguali, chiamati a occupare quella poltrona, a colmare il vuoto lasciato dalla seduta vacante.
I membri della platea indistinta che vengono scelti sembrano intenzionati ad assumere il nuovo ruolo, ma vengono ostacolati dal pubblico stesso. Nasce così una competizione aperta per raggiungere la postazione. Dopo una serie di tentativi, contrasti e spostamenti all’interno dell’assemblea, una figura riesce infine a prevalere, sedendosi sulla sedia rimasta vuota al tavolo dei relatori e “insediandosi” tra i gangli del potere. Il passaggio è simboleggiato dall’immediato cambio di colore del nuovo potente di turno, che dal marroncino spento – colore con cui è identificata la massa amorfa e uniforme del pubblico – diventa verde, la tonalità riservata a chi siede al tavolo dei relatori.
La struttura della vicenda e l’assenza di dialoghi lasciano spazio a diverse possibili letture. Tra le varie, la scena può essere osservata come una rappresentazione dei meccanismi di competizione per il potere, dell’horror vacui della politica, per cui ogni vuoto di potere si trasforma immediatamente in uno spazio di contesa, e come una messa in scena allegorica delle dinamiche che si sprigionano nella società per la sua conquista: tra cooperazione, rifiuto, esclusione e, sopra ogni cosa, conflitto.
Per chi fosse interessato a vedere il cortometraggio, è disponibile qui: https://tinyurl.com/yhuxhp5t
Infine, Pax vincit (1981) di Zofia Oraczewska, è stato interpretato come un’allegoria antimilitarista, incentrata sull’idea di una pace imposta ai vinti: una stabilità solo apparente, fondata sulla violenza delle armi e sull’esperienza della guerra, che si traduce in sconfitta, silenzio forzato e rinuncia alla libertà. Una condizione che, pur rimandando al contesto della Polonia e più in generale dell’Europa centro-orientale nel secondo dopoguerra, assume nel cortometraggio un valore più ampio e universale, supera la dimensione storica contingente per proporre un messaggio pacifista di valore universale, mettendo in discussione ogni pace costruita sulla forza.
Per chi fosse interessato a vedere il cortometraggio, è disponibile qui: https://tinyurl.com/5yr79jyk
Complessivamente, i due interventi hanno messo in luce come la democratizzazione non si esaurisca nei soli processi istituzionali, ma si costruisca anche sul piano culturale. In questo senso, il cinema e la poesia, in particolare nel contesto polacco, hanno rappresentato strumenti fondamentali per la formazione di una coscienza critica, favorendo il confronto con il passato e l’elaborazione di possibili alternative libertarie.
Cinema e Storia 2025 – 2026 Arti e Storiografia è un progetto di formazione per docenti aperto anche alla Cittadinanza, sviluppato dalla Società Umanitaria in collaborazione con Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, IRIS, Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea – ETS, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. L’iniziativa è patrocinata dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” e si svolge nell’ambito del Progetto Milanosifastoria, promosso da Comune di Milano e Rete Milanosifastoria.
Foto di copertina: Il discorso di Władysław Gomułka davanti a migliaia di persone a Varsavia, il 24 ottobre 1956.