Tra disordine globale e nuove potenze: capire il mondo che cambia

In un’epoca segnata da fratture geopolitiche, incertezze economiche e competizioni globali in rapida evoluzione, la ricerca di un nuovo ordine mondiale rappresenta una delle principali sfide contemporanee. È stato questo il focus al centro dei primi incontri della “Scuola di Formazione Politica 2026 – Conoscere per decidere”, un’iniziativa apartitica nata nel 2019 in risposta alla crescente distanza tra cittadini e istituzioni, con l’obiettivo di rafforzare la cultura civica.

La principale novità di quest’anno riguarda la struttura del percorso formativo, articolato in due momenti distinti ma complementari: lezioni preparatorie il venerdì, pensate come strumenti introduttivi propedeutici al seminario del sabato mattina, aperto alla cittadinanza e gratuito. Questa nuova impostazione rafforza la vocazione della scuola come spazio di riflessione e formazione civica, rivolto in particolare ai giovani e a coloro che partecipano alla vita sociale, economica e politica del Paese, con il fine di offrire strumenti utili a interpretare i cambiamenti del mondo globale.

Ad aprire il ciclo di incontri è stato Luciano Violante, presidente dell’Associazione Futuri Probabili e partner dell’iniziativa, che ha offerto una riflessione sulla fase storica attuale. Violante ha illustrato il passaggio da un mondo in cui prevaleva il soft power – fondato su diplomazia, cooperazione e influenza culturale – a uno in cui emerge sempre più l’hard power, dove la forza militare, la coercizione e la competizione strategica tra Stati assumono un ruolo centrale. In questo scenario si affermano i cosiddetti “poteri brutali”, termine che sintetizza una trasformazione significativa nelle relazioni internazionali. Le logiche del confronto diretto e della pressione geopolitica tendono a sostituire gli strumenti di mediazione, rendendo il sistema globale più instabile e difficile da prevedere.

La sede centrale di Lehman Brothers a New York circa un anno prima della bancarotta del 15 settembre 2008.
Foto di David Shankbone

A partire da queste considerazioni, lo storico Mattia Granata ha introdotto il concetto di “cassetta degli attrezzi”, intesa come un insieme di strumenti concettuali necessari per analizzare la realtà contemporanea senza ricorrere a semplificazioni. Egli ha descritto l’attuale fase come una condizione di “disordine geopolitico”, segnata dalla crisi dell’assetto internazionale e dalla progressiva erosione delle categorie tradizionali di lettura. Siamo infatti passati da una struttura bipolare, fondata sull’equilibrio tra blocco occidentale e sovietico durante la Guerra Fredda, a una fase unipolare successiva al crollo del Muro di Berlino (1989) e alla dissoluzione dell’URSS (1991), con gli Stati Uniti come principale potenza. Tuttavia, questo assetto ha cominciato a incrinarsi con la crisi finanziaria del 2008, che ha prodotto effetti destabilizzanti non solo sul piano economico ma anche su quello politico e sociale, alimentando sfiducia nelle istituzioni e instabilità diffusa. La crisi ha accelerato il passaggio a uno scenario più frammentato e instabile, favorendo la riemersione di nazionalismi, protezionismi e centralità della forza militare. Non sono più problematiche isolate, ma intrecciate tra loro, e il caso dell’Iran lo dimostra chiaramente: tensioni geopolitiche, sanzioni economiche e rischio militare si sovrappongono, rendendo difficile separare il piano politico da quello economico e strategico. Contemporaneamente emergono i limiti della governance internazionale, con istituzioni multilaterali poco incisive e un crescente ricorso a iniziative unilaterali e accordi fragili, che rendono più difficile contenere l’escalation e gestire stabilmente la crisi. In questo quadro anche la globalizzazione assume un significato diverso rispetto al passato: da fattore di integrazione economica si trasforma sempre più in uno spazio di competizione strategica. Il caso dell’Iran è ancora una volta esemplare: le interdipendenze economiche, i flussi energetici e le reti commerciali sono utilizzati come leve di pressione geopolitica, esposte a sanzioni, blocchi e rapide modifiche delle alleanze internazionali.

La globalizzazione viene infatti usata in modo mirato dai singoli Stati, che ne sfruttano gli aspetti economici e commerciali in maniera selettiva, utilizzandola come strumento per consolidare la propria influenza geopolitica. Questo approccio contribuisce ad aumentare l’instabilità del sistema internazionale, rendendo le dinamiche globali più difficili da prevedere e gestire.

All’interno di questo contesto si inserisce l’intervento di Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, che ha approfondito il ruolo della Cina come protagonista mondiale in espansione. Negli ultimi decenni, la Repubblica Popolare Cinese è passata da paese in via di sviluppo a potenza economica e tecnologica di primo piano, grazie a politiche industriali mirate e una crescente integrazione dei mercati globali. La sua capacità di attrarre investimenti, espandere l’influenza commerciale e tecnologica e consolidare il proprio ruolo internazionale le ha permesso di emergere come una delle principali potenze globali.

Un elemento che distingue l’ascesa della Cina è il suo impegno nei settori della ricerca e dell’innovazione tecnologica; ha compiuto significativi passi in avanti nello sviluppo di nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale (IA), dove si è assestata come nazione leader e trainante del settore. Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha affermato che i ricercatori sull’intelligenza artificiale sono per il 50% cinesi; un dato che riflette il crescente peso del gigante orientale nel campo della ricerca avanzata, un settore che sarà determinante per la definizione del futuro tecnologico e geopolitico del mondo. Parallelamente, la Repubblica Popolare Cinese sta dominando anche il campo della formazione scientifica ed accademica. Ci informa Aresu che Manling Li, docente di intelligenza artificiale, ha recentemente dichiarato: “gli studenti che fanno domanda al primo anno del mio dottorato sono per il 95% cinesi”, un fenomeno che evidenzia non solo l’enorme impegno della Cina nel campo dell’educazione e della ricerca, ma anche la sua capacità di attrarre i migliori talenti del mondo, consolidando la sua posizione di leader dell’innovazione tecnologica.
Oltre ai ricercatori, le università cinesi, come la Zhejiang University e la Tsinghua University, stanno acquisendo un ruolo sempre più importante nel panorama industriale globale, grazie alla stretta collaborazione tra settore pubblico, rappresentato dalle istituzioni accademiche e dagli enti di ricerca statali, e anche a quelle private.

Questo modello di cooperazione favorisce la rapida generazione di brevetti e innovazioni, consentendo alla Cina di emergere come un attore principale nell’ambito dell’IA. Al contrario, negli Stati Uniti, sebbene aziende come Google e Microsoft dominino il settore dei brevetti, l’intervento diretto delle università e delle istituzioni pubbliche è meno prominente, con un sistema che si concentra principalmente sugli investimenti privati e su un approccio più orientato al mercato. In sintesi, mentre in Cina la sinergia tra pubblico e privato accelera i progressi tecnologici e quindi la produzione di brevetti, negli Stati Uniti le innovazioni sono in gran parte guidate da interessi commerciali e investimenti privati, con un ecosistema di ricerca meno integrato.

Ping An Finance Center, 2° costruzione più alta della Cina e 5° nel mondo.

L’ascesa cinese si estende anche alla sfera istituzionale e finanziaria, sfidando le istituzioni finanziarie internazionali tradizionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, creando alternative come la Banca Asiatica per gli Investimenti in Infrastrutture (AIIB): con questa mossa, Pechino tenta non solo di determinare le regole del gioco economico, ma anche di plasmare quelle del commercio, della finanza, delle tecnologie emergenti, in un contesto globale sempre più multipolare. Il suo modello, infatti, si distingue per la peculiarità di fondere economia e politica, in un sistema che Aresu definisce “capitalismo politico”.

Un elemento chiave per comprendere la postura internazionale della Cina è il riferimento al cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, periodo storico contrassegnato da ingerenze delle potenze coloniali occidentali; l’attuale proiezione internazionale di Pechino deve essere letta proprio come una risposta a quel periodo di vergogna, e la visione che sta costruendo per il futuro è quindi quella di un recupero della propria centralità globale, spinta dalla volontà di riprendersi un ruolo di preminenza storica che le spetta, secondo la sua visione di storia millenaria del paese.

Tuttavia, anche il colosso orientale affronta sfide interne significative. Nonostante i successi economici, la personalizzazione del potere intorno alla figura di Xi Jinping potrebbe rappresentare una vulnerabilità nel lungo periodo. La concentrazione del potere nelle mani di un singolo leader potrebbe indebolire la stabilità politica del paese, creando un sistema più suscettibile a crisi interne. Inoltre, la Cina sta affrontando una sfida demografica importante, con una popolazione che sta progressivamente invecchiando e una crescente disoccupazione giovanile, che potrebbe minacciare l’equilibrio economico e sociale del paese. In risposta a questi problemi, il governo ha intrapreso una serie di riforme strutturali, mirando a trasformare l’economia da un modello basato sulla produzione di massa ad uno incentrato sull’innovazione e sulla tecnologia avanzata. Il rafforzamento della ricerca scientifica, l’espansione delle infrastrutture tecnologiche e l’autosufficienza in settori strategici sono divenuti obiettivi prioritari per sostenere la crescita nel lungo periodo.

In conclusione, gli interventi dei relatori hanno offerto una chiave di lettura articolata delle trasformazioni in atto, mettendo in luce il passaggio da un ordine internazionale unipolare a un sistema più complesso e frammentato. In questo contesto, la Cina emerge come attore protagonista, mentre diviene sempre più necessario dotarsi di strumenti interpretativi adeguati per comprendere un mondo in rapida evoluzione. La scuola di formazione politica si conferma così come uno spazio di analisi e confronto sui temi cruciali della contemporaneità.

La scuola di formazione politica “Conoscere per decidere” è un’iniziativa apartitica, che approfondisce temi particolarmente rilevanti della vita pubblica, ed è promossa da Società Umanitaria, Fondazione per la Sussidiarietà e Associazione Futuri Probabili.